lunedì 29 giugno 2026

005) [Fotografia] Della realtà in Fotografia

"1. La REALTÀ, nel suo significato più generico, è l’insieme di tutto ciò che è reale, cioè esiste effettivamente (avere il senso della r.; essere fuori della r.; bisogna fare i conti con la r.); la realtà può essere concreta, e consistere cioè nel mondo esterno, tangibile (r. esterna); ma è realtà, sebbene sia immateriale, anche la vita affettiva e mentale di una persona (r. interiore). 2. Riferita a una situazione più specifica, invece, la realtà consiste in un oggetto o in un fatto reale, che davvero esiste o è esistito o che è veramente accaduto (la sua malattia non è invenzione ma r.; il mio sogno è finalmente diventato r.; nessuna delle sue previsioni si è tramutata in r.). 3. La realtà è inoltre la caratteristica di ciò che è reale o che è vero, cioè che non si limita a essere apparente, immaginario o possibile (la r. di un fatto, di un sospetto; la situazione gli apparve improvvisamente in tutta la sua r.; sono fantasie prive di r., che non hanno alcuna r.)." (Enciclopedia Treccani Online

Si tende a credere che la fotografia rapresenti la realtà, anche quando il soggetto ripreso è visibilmente "preparato" per lo scatto: modelli e modelle truccati all'occorrenza e adeguatamente vestiti o svestiti, oggetti all'uopo sistemati,ad esempio per una natura morta, un paesaggio più o meno naturale, una strada, una persona di passaggio. Ma non è così.

La fotografia, intesa come il risultato di una ripressa di sogetti, umani o animali o inanimati, mediante una macchina fotografica, non rappresenta la realtà, anche quando questa appare tale a prima vista. La fotografia è l'immagine dell'elaborazione intellettuale e culturale del fotografo; non è la realtà "vera", ma l'interpretazione della realtà dal punto di vista del fotografo. È il risultato delle scelte intellettuali, artistiche e emotive dell'Autore che ha elaborato.l'inquadratura, dalla quale è poi scaturita la foto, digitale o stampata che sia. È come l'Autore vede la realtà. È la cosiddetta "fotografia autoriale" che discende, cioè, da una precisa visione creativa.

Quanto appena scritto non vale soltanto per la fotografia autoriale, ma anche e, forse, soprattutto per la fotografia ricordo, per quella documentale, turistica e soprattutto per i cosiddetti "selfie". Una foto scattata ad un monumento durante un viaggio di piacere, magari inserendo i propri familiari, gli amici, ecc., ha come unico scopo quello di rappresentare il proprio passaggio in quel posto in quella precisa data e ora, eventualmente con quelle persone. Non c'è ricerca artistica, ma solo la trasposizione emotiva del ricordo nell'immagine, anche quando chi scatta la foto cerca di mettere nell'inquadratura il monumento per intero, senza sacrificare le persone coinvolte, soprattutto cercando di farci rientrare i piedi. Questo genere di foto è, nella stragrande maggioranza dei casi, scattata con uno smartphone, strumento comodissimo e tecnologicamente avanzato, adatto a questo scopo. Non c'è nulla di male, tutti scattano questo tipo di foto, compreso il sottoscritto, ma è un genere che non può essere ascritto alla Fotografia anche quando le impostazioni della macchina (compatta o smartphone) sono più o meno manualli perché non è il fatto tecnico a promuoverla ai piani alti dell'Arte fotografia, ma la motivazione critica alla base dello scatto.

Il "selfie" invece (ne parlo per mero gusto critico) è la negazione della fotografia: è la rappresentazione di sé stessi, è l'imposizione del proprio IO nel mondo: "Io e nessun altro!", "Ricomincio da me!", "Chi mi ama mi segua!". Non va assolutamente confuso con l'autoritratto perché in quest'ultimo c'è una ricerca profonda di sé stessi  prima ancora di preparare l'inquadratura. La Storia dell'Arte è piena di autoritratti non di quelli che oggi potremmo definire "selfie". Il solo pensiero che qualcuno potrebbe dire "adoro i selfie di Van Gogh", mi dà il voltastomaco.

sabato 20 giugno 2026

004) [Fotografia] Genesi di una foto

In the sunset

"Gli uomini chiudono la propria porta contro il sole che tramonta." (attribuita a William Shakespeare)

La foto si intitola semplicemente "Sunset" (Tramonto) e ha una genesi particolare. 

È stata scattata il 14 dicembre 2021. Quel giorno, per lavoro, mi ero recato a Mondragone, cittadina costiera distante una cinquantina di chilometri da Caserta, quasi un'ora di auto ed ero stato impegnato per tutta la mattinata e per il primo pomeriggio. Aveva piovuto per due giorni di seguito e le campagne tra Caserta e Mondragone erano in gran parte allagate, ma l'impegno lavorativo era inderogabile e quindi partii lo stesso.

Quanto scrivo è in parziale contraddizione con il precedente post sugli automatismi in fotrografia, ma ne voglio descrivere ugualmente le motivazioni.

Era stata una giornata di lavoro abbastanza pesante che mi aveva impegnato anima e corpo dalle 8 di mattina alle 16:30 del pomeriggio. La mattinata era stata bellssima, piena di sole e senza neanche una nuvola, in piena contraddizion con il temporale della notte e i due giorni consecutivi di pioggia continua. 

Mentre facevo l'analisi dei fatti del giorno, notai che il sole si era abbassato di molto e decisi di fare una foto. Così, in un tratto rettilineo affiancato dalla campagna rallentai, accostai e mi fermai davanti ad un gruppetto cannucce di palude, estrassi lo smartphone (all'epoca quello avevo per le foto), composi l'immagine inserendo l'erba alta in primo piano, l'acqua come protagonista, la siepe nera sullo sfondo, il sole del tramonto come luce principale e toccai la parte dell'acqua sul display del telefono per attivare l'autofocus su quella zona. Scattai quattro foto in rapida successione. Rimasi ad osservare la scena davanti ai miei occhi per alcuni secondi, poi ingranai la marcia e me ne andai. Tutta l'operazone, tra fermarmi, scattare e ripartire, non durò neanche un minuto.

Decisi di fare quella foto non solo perché il tramonto è l'argomento principe dei fotografi dilettanti, né perché quel tramonto era particolarmente suggestivo, ma perché quella porzione di paesaggio recava con sé impressioni più profonde: la giornata, per me pesante che finisce, il sole che rasserena il cielo dopo due giorni di nubifragi, due entità fisiche, il sole e il sottoscritto, stavano guadagnandosi il meritato riposto. Fu come se in quel momento ci stessimo salutando a vicenda, il sole che ci aveva consentito di lavorare all'asciutto e il sottoscritto stremato, ma soddisfatto dell'andamento della giornata (avevo supervisionato lo scaricamento una TAC da una tonnellata e mezza da un camion e fatta entrare da una porta alta appena per farcela passare con movimenti millimetrici del carrellista: due ore solo per passare da fuori a dentro e fare solo un paio di metri...).

Ma c'è di più. Nel comporre la foto ho cercato di trasmettere il sentimento che provavo al momento e per fare questo ho cerecato nell'inquadratura tutti gli elementi che avvaloravano la mia ricerca: l'erba lievemente mossa dal vento, la calma dell'acqua, il buio della siepe e il sole che illumina gli ultimi momenti di veglia della natura. Le luci calde, caldissime, i colori arancio, rosso e nero.

Conosco bene quel posto e so che normalmente è un pascolo per le bufale di un vicino allevamento (siamo in terra di mozzarella!), prato fiorito effimero, tormentato dagli zoccoli di quelle bestie, acquitrino dopo le piogge. Ma quella sera si era trasformato in qualcos'altro, aveva dato fondo a tutta la sua bellezza latente che, passandoci quella mattina, non avevo notato alla luce del giorno. O, meglio, al tramonto avevo visto qualcos'altro perché avevo guardato diversamente quell'angolo di mondo, cercandone l'essenza e tramutandola in immagine fotografica.

Era necessario che facessi quella foto quella sera perché avvertivo che l'immagine premeva per uscire allo scoperto. Ho utilizzato degli automatismi, è vero, ma l'immagine che vedevo sullo schermo dello smartphone era l'immagine che vedevo io nella mia mente e catturava l'essenza del paesaggio che avevo inquadrato. Fu proprio per questi sentimenti che decisi che dovevo cominciare a fare fotografie sul serio e non potevo più permettermi di procrastinare la cosa. Così acquistai la mia reflex entry-level... tre anni dopo.

Chiudo con un pensiero non mio che riassume tutto il post:

Splendore del giorno concluso, che mi sollevi e mi colmi,

ora profetica, ora che il passato riadduci!

E mi gonfi la gola, te, divino egualitarissimo,

voi, terra e vita finché brilli l’ultimo raggio, io canto.

(Walt Whitman, da Canto al tramonto)