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Architettura e (anche) Fotografia vs. Fotografia e (anche) Architettura
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| Image by Alexander Pahn from Pixabay |
Un genere fotografico è una categoria o classificazione in cui vengono raggruppate le fotografie in base a caratteristiche comuni. Proprio come avviene nella letteratura o nel cinema, i generi servono a mettere ordine nel vasto mondo della fotografia, definendo il linguaggio e le regole non scritte di un’immagine.
Queste categorie vengono definite basandosi principalmente su tre elementi:
Esistono tre figure professionali tecnico-artistiche-umanistiche: Architetti, Architettisti, Architettoni
"1. La REALTÀ, nel suo significato più generico, è l’insieme di tutto ciò che è reale, cioè esiste effettivamente (avere il senso della r.; essere fuori della r.; bisogna fare i conti con la r.); la realtà può essere concreta, e consistere cioè nel mondo esterno, tangibile (r. esterna); ma è realtà, sebbene sia immateriale, anche la vita affettiva e mentale di una persona (r. interiore). 2. Riferita a una situazione più specifica, invece, la realtà consiste in un oggetto o in un fatto reale, che davvero esiste o è esistito o che è veramente accaduto (la sua malattia non è invenzione ma r.; il mio sogno è finalmente diventato r.; nessuna delle sue previsioni si è tramutata in r.). 3. La realtà è inoltre la caratteristica di ciò che è reale o che è vero, cioè che non si limita a essere apparente, immaginario o possibile (la r. di un fatto, di un sospetto; la situazione gli apparve improvvisamente in tutta la sua r.; sono fantasie prive di r., che non hanno alcuna r.)." (Enciclopedia Treccani Online)
Si tende a credere che la fotografia rapresenti la realtà, anche quando il soggetto ripreso è visibilmente "preparato" per lo scatto: modelli e modelle truccati all'occorrenza e adeguatamente vestiti o svestiti, oggetti all'uopo sistemati,ad esempio per una natura morta, un paesaggio più o meno naturale, una strada, una persona di passaggio. Ma non è così.
La fotografia, intesa come il risultato di una ripressa di sogetti, umani o animali o inanimati, mediante una macchina fotografica, non rappresenta la realtà, anche quando questa appare tale a prima vista. La fotografia è l'immagine dell'elaborazione intellettuale e culturale del fotografo; non è la realtà "vera", ma l'interpretazione della realtà dal punto di vista del fotografo. È il risultato delle scelte intellettuali, artistiche e emotive dell'Autore che ha elaborato.l'inquadratura, dalla quale è poi scaturita la foto, digitale o stampata che sia. È come l'Autore vede la realtà. È la cosiddetta "fotografia autoriale" che discende, cioè, da una precisa visione creativa.
Quanto appena scritto non vale soltanto per la fotografia autoriale, ma anche e, forse, soprattutto per la fotografia ricordo, per quella documentale, turistica e soprattutto per i cosiddetti "selfie". Una foto scattata ad un monumento durante un viaggio di piacere, magari inserendo i propri familiari, gli amici, ecc., ha come unico scopo quello di rappresentare il proprio passaggio in quel posto in quella precisa data e ora, eventualmente con quelle persone. Non c'è ricerca artistica, ma solo la trasposizione emotiva del ricordo nell'immagine, anche quando chi scatta la foto cerca di mettere nell'inquadratura il monumento per intero, senza sacrificare le persone coinvolte, soprattutto cercando di farci rientrare i piedi. Questo genere di foto è, nella stragrande maggioranza dei casi, scattata con uno smartphone, strumento comodissimo e tecnologicamente avanzato, adatto a questo scopo. Non c'è nulla di male, tutti scattano questo tipo di foto, compreso il sottoscritto, ma è un genere che non può essere ascritto alla Fotografia anche quando le impostazioni della macchina (compatta o smartphone) sono più o meno manualli perché non è il fatto tecnico a promuoverla ai piani alti dell'Arte fotografia, ma la motivazione critica alla base dello scatto.
Il "selfie" invece (ne parlo per mero gusto critico) è la negazione della fotografia: è la rappresentazione di sé stessi, è l'imposizione del proprio IO nel mondo: "Io e nessun altro!", "Ricomincio da me!", "Chi mi ama mi segua!". Non va assolutamente confuso con l'autoritratto perché in quest'ultimo c'è una ricerca profonda di sé stessi prima ancora di preparare l'inquadratura. La Storia dell'Arte è piena di autoritratti non di quelli che oggi potremmo definire "selfie". Il solo pensiero che qualcuno potrebbe dire "adoro i selfie di Van Gogh", mi dà il voltastomaco.
"Gli uomini chiudono la propria porta contro il sole che tramonta." (attribuita a William Shakespeare)
La foto si intitola semplicemente "Sunset" (Tramonto) e ha una genesi particolare.
È stata scattata il 14 dicembre 2021. Quel giorno, per lavoro, mi ero recato a Mondragone, cittadina costiera distante una cinquantina di chilometri da Caserta, quasi un'ora di auto ed ero stato impegnato per tutta la mattinata e per il primo pomeriggio. Aveva piovuto per due giorni di seguito e le campagne tra Caserta e Mondragone erano in gran parte allagate, ma l'impegno lavorativo era inderogabile e quindi partii lo stesso.
Quanto scrivo è in parziale contraddizione con il precedente post sugli automatismi in fotrografia, ma ne voglio descrivere ugualmente le motivazioni.
Era stata una giornata di lavoro abbastanza pesante che mi aveva impegnato anima e corpo dalle 8 di mattina alle 16:30 del pomeriggio. La mattinata era stata bellssima, piena di sole e senza neanche una nuvola, in piena contraddizion con il temporale della notte e i due giorni consecutivi di pioggia continua.
Mentre facevo l'analisi dei fatti del giorno, notai che il sole si era abbassato di molto e decisi di fare una foto. Così, in un tratto rettilineo affiancato dalla campagna rallentai, accostai e mi fermai davanti ad un gruppetto cannucce di palude, estrassi lo smartphone (all'epoca quello avevo per le foto), composi l'immagine inserendo l'erba alta in primo piano, l'acqua come protagonista, la siepe nera sullo sfondo, il sole del tramonto come luce principale e toccai la parte dell'acqua sul display del telefono per attivare l'autofocus su quella zona. Scattai quattro foto in rapida successione. Rimasi ad osservare la scena davanti ai miei occhi per alcuni secondi, poi ingranai la marcia e me ne andai. Tutta l'operazone, tra fermarmi, scattare e ripartire, non durò neanche un minuto.
Decisi di fare quella foto non solo perché il tramonto è l'argomento principe dei fotografi dilettanti, né perché quel tramonto era particolarmente suggestivo, ma perché quella porzione di paesaggio recava con sé impressioni più profonde: la giornata, per me pesante che finisce, il sole che rasserena il cielo dopo due giorni di nubifragi, due entità fisiche, il sole e il sottoscritto, stavano guadagnandosi il meritato riposto. Fu come se in quel momento ci stessimo salutando a vicenda, il sole che ci aveva consentito di lavorare all'asciutto e il sottoscritto stremato, ma soddisfatto dell'andamento della giornata (avevo supervisionato lo scaricamento una TAC da una tonnellata e mezza da un camion e fatta entrare da una porta alta appena per farcela passare con movimenti millimetrici del carrellista: due ore solo per passare da fuori a dentro e fare solo un paio di metri...).
Ma c'è di più. Nel comporre la foto ho cercato di trasmettere il sentimento che provavo al momento e per fare questo ho cerecato nell'inquadratura tutti gli elementi che avvaloravano la mia ricerca: l'erba lievemente mossa dal vento, la calma dell'acqua, il buio della siepe e il sole che illumina gli ultimi momenti di veglia della natura. Le luci calde, caldissime, i colori arancio, rosso e nero.
Conosco bene quel posto e so che normalmente è un pascolo per le bufale di un vicino allevamento (siamo in terra di mozzarella!), prato fiorito effimero, tormentato dagli zoccoli di quelle bestie, acquitrino dopo le piogge. Ma quella sera si era trasformato in qualcos'altro, aveva dato fondo a tutta la sua bellezza latente che, passandoci quella mattina, non avevo notato alla luce del giorno. O, meglio, al tramonto avevo visto qualcos'altro perché avevo guardato diversamente quell'angolo di mondo, cercandone l'essenza e tramutandola in immagine fotografica.
Era necessario che facessi quella foto quella sera perché avvertivo che l'immagine premeva per uscire allo scoperto. Ho utilizzato degli automatismi, è vero, ma l'immagine che vedevo sullo schermo dello smartphone era l'immagine che vedevo io nella mia mente e catturava l'essenza del paesaggio che avevo inquadrato. Fu proprio per questi sentimenti che decisi che dovevo cominciare a fare fotografie sul serio e non potevo più permettermi di procrastinare la cosa. Così acquistai la mia reflex entry-level... tre anni dopo.
Chiudo con un pensiero non mio che riassume tutto il post:
Splendore del giorno concluso, che mi sollevi e mi colmi,
ora profetica, ora che il passato riadduci!
E mi gonfi la gola, te, divino egualitarissimo,
voi, terra e vita finché brilli l’ultimo raggio, io canto.
(Walt Whitman, da Canto al tramonto)
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| Image by Agata Slonka from Pixabay |
Quella di Luigi è una domanda interessante e di non immediata risposta, anche se, apparentemente, sembrerebbe il contrairo.
Va specificato innanzitutto che lo stesso Luigi esclude dal discorso sugli automatismi in fotografia quei fotografi, diciamo così, occasionali, quelli che fanno foto ricordo di parenti, amici o di vacanza.
Il primo suo video che avevo visto, in mattinata, era uno short che anticipava la domanda e rimandava l'approfondimento e la risposta al video completo sul suo canale. Purtroppo per motivi di lavoro ho potuto vedere il video solo nel primo pomeriggio, ma nel frattempo la domanda mi rimbalzava in testa e fremevo di terminare subito quello che stavo facendo per dire la mia in merito. Quando poi ho visto il video lungo, mi sono reso conto che quanto avevo da dire in merito era esattamente quello che aveva detto Luigi.
Gli automatismi non fanno bene alla fotografia, ma...
Se scattiamo una foto con una qualsiasi fotocamera, reflex, mirrorless, compatta o la fotocamera dello smartphone e la impostiamo sul full auto, lasciando cioè alla macchina la scelta di tutte le impostazioni, non stiamo scattando una foto, ma stiamo creando un'immagine, anche se prodotta da un mezzo pensato per scattare foto, della quale non controlliamo nulla, se non l'inquadratura. Si dirà: in fotografia l'inquadratura è tutto! No, è l'elemento sensibile, ma non è tutto.
L'inquadratua o, meglio, il soggetto dell'inquadratura è il motivo scatenante della foto, l'elemento intorno al quale il fotografo costruisce un paesaggio davanti, ai lati e dietro di esso. Lo fa manipolando la luce attraverso una serie di impostazioni della macchina: l'apertura del diaframma, la profondità di campo, la velocità di scatto, la quantità di ASA/ISO, la messa a fuoco. Il risultato è la fotografia del soggetto in un brano di paesaggio con una determinata luce e nitidezza. È però solo una delle infinite possibilità di ritrarre quel soggetto. Il fotografo potrebbe scegliere di enfatizzare un elemento secondario dell'inquadratura piuttosto che un altro. Potrebbe giocare con le ombre sul soggetto, potrebbe sovraesporre o sottoesporre la scena, potrebbe cercare delle assonanze con i colori intorno o potrebbe scattare in B/N.
Tutto quanto detto è possibile realizzarlo anche utilizzando degli automatismi, se non proprio impostando la macchina in full auto, ma chi sarebbe l'autore di quella foto? Quanta libertà ha avuto il fotografo nell'impostare la scena e l'inquadratura secondo la sua visione "artistica"? Quanto il fotografo ha accettato supinamente le "decisionI" della fotocamera? Poco se non nulla.
Questo non vuol dire che gli automatismi in fotografia sono vietati o alterano sempre la creatività del fotografo. Lo sviluppo tecnologico ha fornito ai fotografi possibilità impensabili già solo vent'anni fa. Basti pensare a quei generi fotografici nei quali la velocità o l'estrema lentezza sono alla base della fotografia stessa come le foto agli animali, ma anche alla vegetazione quando si vuole bloccare il movimento delle foglie, gli sport in generale in particolare quelli motoristici e il ciclismo. In questi casi certi automatismi possono ritornare utili (le priorità di diaframmi o di tempi). E ancora la stabilizzazione in macchina o nell'obiettivo quando si usano focali zoom o tele a mano e non su cavalletto, oppure ancora l'autofocus che può risultare utilissimo in quegli ambiti nei quali la luce solare rende difficile leggere il display (nelle mirrorless o in live view sulle reflex) oppure quando la vista del fotografo è prossima a quella della talpa. Ma determinati automatismi possono risultare utili anche quando c'è urgenza di catturare una scena in rapido mutamento come nel caso, ad esempio, del fotogiornalismo. Ed è in questi casi che il fotografo può scegliere in maniera critica la modalità di scatto! Si immagini, però, la celeberrima foto del soldato americano che sbarca ad Omaha il 6 giugno 1944 di Robert Capa scattata impostando la "Priorità di tempi" (se fosse esistita): sarebbe stata la stessa cosa? Assolutamente no!
Volendo riassumere in poche frasi il concetto si può dire che gli automatismi possono essere usati dal fotografo, ma non devono esserlo per forza. Per essere gli autori veri della fotografia è necessario entrare direttamente nell'inquadratura e impostare scena e ripresa secondo la propria idea artistica. Questo può essere fatto esclusivamente con impostazioni (quasi esclusivamente) manuali.
Avevo acquistato una fotocamera Sanyo Xacti VPC-S5 che nessuno conosce, ma che era, per mia fortuna, conosciuta al commesso di UNIEuro nel lontanissimo 2005, che me la consigliò caldamente. All'epoca era una delle poche, se non l'unica fotocamera da 5 megapixel che costasse un po' meno rispetto alle 3 megapixel "blasonate" come Sony, Nikon, Canon, ecc. In più aveva un piccolo display per la visualizzazione delle immagini e alcune funzioni (bilanciamento del bianco, zoom, macro, ecc.) che le concorrenti non sempre avevano.
L'avevo acquistata principalmente per lavoro, per effettuare rilievi fotografici per progetti e perizie tecniche. L'uso "artistico" era un secondo fine, non poco impoprtante, ma sicuramente non in cima alla lista, dati anche i limiti tecnici che una fotocamera compatta e consumer si porta dietro e dei quali ero pienamente cosciente.
Dovetti ricredermi: le funzioni, ma soprattutto la qualità delle immagini era molto più che soddisfcaente. Addirittura la funzione macro, ottima, ha una caratteristiche che ho apprezzato molto e cioè la possibilità di fotografare anche oggetti distanti aggiungendo all'immagine un piacevole effetto sfocato in combinazione ad una leggera minore nitidezza che rendevano le immagini molto particolari. Fu così che cominciai a fotografare con una maggiore attenzione al di fuori dell'ambito tecnico e decisi successivamente di pubblicare i primi scatti.
Oggi, parte di quelle immagini, sono state caricate su YouPic e in maniera più completa su Flickr. In entrambi i casi le gallerie sono in divenire.
Mancano ancora, incredibilmente, le foto scattate con la Canon EOS 250D acquistata nel 2024. Verranno anche quelle, quando troverò quelle pubblicabili. Del resto ho ancora vent'anni davanti a me per decidere...