Visualizzazione post con etichetta Carlo Melograni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carlo Melograni. Mostra tutti i post

lunedì 1 novembre 2021

Carlo Melograni (1924-2021)

Riprendo a scrivere sul blog perché ritengo sia doveroso farlo.

Oggi, 1 novembre 2021, ho avuto la brutta notizia della morte del prof. Carlo Melograni.

Ho parlato di lui quasi subito, nel quarto post di questo blog, presentandolo come "Architetto rassicurante", fatto che ha avuto quale esito inatteso la telefonata di ringraziamento di Melograni che mi preannunciava anche di avermi fatto dono di un suo libro.

Ne ho parlato ancora quando ho umilmente recensito il libro che mi aveva inviato con la sua preziosa dedica.

Oggi è venuto a mancare alla veneranda età di 97 anni nella sua Roma che lo ha visto nascere l'11 gennaio del 1924 e che ha contribuito, nel suo piccolo, a liberare dai nazifascisti. 

Non parlava spesso della sua militanza giovanile nella Resistenza e quando lo ha fatto, è stato sempre in maniera sommessa. Ne accenna implicitamente parlando brevemente del giovanissimo architetto Giorgio Labò in "Architettura italiana sotto il Fascismo" raccontando del dolore del padre che dopo averlo cercato ininterrottamente e pericolosamente per quattro giorni, scopre all'alba del quinto che suo figlio era stato fucilato due giorni prima. Per questo Melograni scelse di far parte della formazione della Resistenza nella quale aveva militato anche Labò. Fino ad oggi ne è stato l'ultimo testimone.

Forse per la sua indole innata, forse per le passioni giovanili, forse per il suo passatto di combattente per il popolo, Carlo Melograni architetto ha avuto sempre l'occhio rivolto a coloro che gli edifici li abitano. La sua non era un'architettura votata a stupire, a elaborare forme inedite, a cambiare il verso della Storia, ma un'architettura attenta al modo di abitare, un'"architettura civile", per dirla con Bruno Zevi che definiva così l'architettura di Giuseppe Pagano.

E proprio a Pagano è dedicato il primo scritto di Melograni, edito nel 1955 dalla casa editrice "Il balcone", un racconto, con molte foto, dell'architettura dell'istriano, prima fascista critico, poi allontanatosi per l'inconciliabilità delle sue idee civili con quelle fasciste e infine, per un casuale incidente, arrestato dalla milizia mussoliniana e da questa consegnato ai nazisti che lo deportarono a Mauthausen dove trovò la morte non prima di aver rilevato e ridisegnato la cella nella quale era imprigionato, segno evidente che stavano per uccidere un uomo, ma non il suo spirito. 

Ma Melograni amava anche Edoardo Persico e ispirandosi a lui e ad una citazione presa da un suo articolo, decise  di scrivere, dopo tanti anni, una volta raggiunta la pensione non prima di aver contribuito a fondare la Facoltà di Architettura di Roma Tre dove fu preside fino al 1997, un libro intitolato "Progettare per chi va in tram. Il mestiere dell'architetto" (2002, Bruno Mondadori), recentemente ristampato. Si tratta della risistemazione e della messa per iscritto di alcune lezioni da lui tenute durante i vari corsi universitari che lo hanno visto docente. Dal testo si percepiscono due fattori fondamentali: l'amore per l'architettura e l'amore per gli studenti. 

Altri due testi seguono questo, prodromo dell'esplicitazione del pensiero melograniano e sono il già menzionato "Architettura italiana sotto il Fascismo. L'orgoglio della modestia contro la retorica monumentale. 19267-1945" (2008, Bollati Boringhieri) e il più corposo di tutti "Architetture nell'Italia della ricostruzione. Modernità versus modernizzazione 1945-1960" (2015, Quodlibet), che segue il precedente sul tema dell'architettura razionalista e della sua evoluzione fino agli ultimi fuochi.

In tutti i suoi testi Melograni parla da testimone diretto degli eventi architettonici che vanno dal 1926 al 1960, in parte perché raccolti dalle testimonianze dirette e dagli insegnamenti degli autori stessi, nella maggioranza dei casi da lui personalmente conosciuti, in parte per aver partecipato in prima persona alla ricostruzione degli anni '50 del XX secolo, come ad esempio al Tiburtino con Quaroni e Ridolfi nel quale ebbe un ruolo di progettista di non poco conto.

Ma Melograni ha sempre scritto di altri, mai di sé stesso. Per conoscere qualcosa di lui era necessario seguire una delle sue numerose "conversazioni" nelle quali parlava delle sue opere per fini meramente didattici, spiegando ai futuri architetti come nasceva un'architettura e quali fattori erano implicati nella genesi. 

È così che ho sentito parlare del Liceo Ariosto di Ferrara, lo stesso frequentato da Giorgio Bassani, teatro suo malgrado di una delle tante ignobili epurazioni fasciste. Parlò del progetto principale, di come abbia tratto ispirazione da progetti e elementi già costruiti, di come il pensiero pedagogico abbia influito nell'elaborazione e di come fosse confluito nel segno sulla carta. Insegnò che non era sbagliato riprendere un elemento già progettato e costruito altrove se questo rientrava perfettamente nel progetto sul quale si stava lavorando. 

Quando fu chiamato per l'ampliamento del Liceo per il quale ideò un nuovo ingresso pedonale e carrabile, raccontò che lo divertì molto il fatto che una trave che aveva intenzionalmente lasciato a vista in un'area comune, era stata dipinta con i colori delle bandiere del mondo in occasione di un'attività didattica del Liceo. Confessò che non era a favore di ridipinture o graffittature per coprire superfici di cemento o di intonaco, ma gli piacque l'idea che quella trave fosse stata utilizzata a scopo didattico, il che dimostrava ancora una volta che la sua intera architettura era stata utilizzata per il suo scopo primigenio: l'insegnamento.

Ha amato Ferrara e ha amato anche il Liceo Ariosto tanto da aver richiesto nel 2016 che le sue ceneri potessero riposare nel giardino del Liceo, dove ogni anno, nuovi studenti, si prepareranno alla vita, fra le mura progettate per loro da un Uomo che li amava senza conoscerli.

giovedì 11 aprile 2013

Progettare per chi va in tram

Prendendo spunto da un breve corsivo di Edoardo Persico, Carlo Melograni così intitola un 'piccolo prontuario' sul mestiere di architetto edito da Bruno Mondadori nel 2002. Un testo breve, scorrevole, pratico da leggere, nel quale sono contenuti i bilanci, non per forza negativi e fallimentari, del Movimento Moderno. Attraverso la sua esperienza di architetto, tra teoria e pratica, Melograni spiega come quello dell'architetto sia un mestiere chiamato a contribuire a migliorare le condizioni dell'abitare, non tanto per una classe d'élite che, tutto sommato, potendo far leva su un benessere economico più che elevato, può formare sui propri bisogni, la casa in cui vive, ma su quello 'strato' di popolazione, sempre più numeroso, che non ne ha le possibilità se non limitate alla diversa disposizione dell'arredo o al riutilizzo di spazi accessori per meglio riporre le proprie cose e vivere dignitosamente. Questi sono i viaggiatori in tram (in questo senso ne auspico, personalmente, un maggiore utilizzo, in sostituzione dell'automobile), studenti, operai, impiegati, aggiungo io, piccoli negozianti e artigiani, per i quali gli architetti, secondo una prassi positivista che vedo ancora attuale, prepareranno le case, ma anche gli uffici, i negozi, le botteghe, i luoghi dell'istruzione. Portare avanti queste idee in un tempo in così rapida trasformazioni, nel quale, spesso, i mesi si riducono in settimane, non è cosa facile, ma non è impossibile. Melograni suggerisce allora una possibile soluzione, un 'adagio' oggi spesso criticato di obsolescenza: dal cucchiaio alla città. Non una forma di pan-architettura, nella quale l'architetto progetta la città intera fino a scendere nel dettaglio più infinitesimo che è il cucchiaio da cucina, ma l'approccio del disegno industriale nel quale l'oggetto ha la sua bellezza nella forma della sua funzione: appunto il cucchiaio con la forma concava dell'incavo per meglio adattarsi all'anatomia della bocca, agevolata dal manico leggermente curvo. Così in architettura si dovrebbe badare alla funzione dei vari elementi dell'edificio per meglio adattarsi ai bisogni dell'essere umano che vi abiterà per poche ore al giorno o per tutto il giorno, per facilitare il riposo, la lettura, lo studio, il lavoro, la vita famigliare o lavorativa, dove la forma è modellata sull'uso. Allo stesso modo del disegno industriale, ma con la sensibilità di adattarne il disegno al luogo e, non ultime, alle normative, anche in architettura le soluzioni trovate in precedenza, possono essere riutilizzate, senza effettuarne copia conforme, ma studiandone a fondo i contenuti per riscoprirli e reinventarli, in un gioco nient'affatto superficiale. Una progettazione per elementi componibili dove la fredda serialità commerciale è sostituita dall'economia della progettazione. Queste però, come dice lo stesso Melograni, "sono armi a doppio taglio, capaci di produrre effetti positivi e negativi. Farne buon uso è responsabilità di chi progetta. Anche per l'architetto si pongono scelte in alternativa tra modernità e modernizzazione".

domenica 29 agosto 2010

Questione di gesti...

Lo spunto per questo post mi è stato dato dal filmato del concorso internazionale "Miss Deaf" (Miss sordomuta), pubblicato da Anny Tronco, stilista ed artista pop-art casertana, che degli abiti indossati dalle modelle è la disegnatrice. Per una volta mi sono visto appartenere a quella minoranza udente per la quale erano stati predisposti, non in vista, due "traduttori" della lingua dei segni. Se non fosse stato per quelle due voci, sarei stato impossibilitato a capire cosa dicevano i presentatori e le modelle, un po' quello che accade quotidianamente ai non udenti (e non vedenti) nelle nostre città. E qui ritorna un mio vecchio post nel quale parlo dei problemi direttamente derivanti da un progetto architettonico non pensato per l'uomo, ma per un certo tipo di uomo, come per il Ponte della Costituzione di Calatrava che, per stessa ammissione dell'architetto, non era stato pensato per i disabili in carrozzella in quanto la prima idea era quella di realizzare dei piccoli gradini continuando la tipologia dei ponti veneziani sul Canal Grande (che, per la verità, hanno dei gradini). Il fatto è che nel 2000 (il progetto risale al 1998...) non si può più pensare ad un progetto destinato ad una parte dell'umanità e né si può pensare in termini di percentuale maggiore di "normodotati" contro "disabili". Le città e, di conseguenza, le architetture, vengono vissute, percepite, anche diversamente dall'individuo, ma questa diversità non può dipendere solo da un handicap più o meno grave e soprattutto non dev'essere un ostacolo, spesso discriminatorio. C'è ancora e, temo, ci sarà ancora per parecchio tempo, soprattutto in Italia dove il ritardo culturale sempre più regresso porta ad acquisire i cambiamenti culturali con anni di ritardo, l'abitudine a progettare ingressi con scale e rampe per i disabili che spesso devono percorre molta più strada per trovarsi allo stesso livello degli "altri", l'abitudine ad affidare esclusivamente ai colori determinate informazioni, con buona pace dei daltonici (utilizzo apposta una categoria di disabilità meno invalidante rispetto agli ipovedenti o ai non vedenti) che non saprebbero scegliere fra una ipotetica "Sala Rossa" ed una "Sala Verde", oppure esclusivamente ai suoni (campanelli, citofoni, ecc.). Fare Architettura vuol dire progettare per l'Uomo. E' così che, a distanza di anni dal progetto iniziale (1972), il liceo Ariosto di Ferrara progettato da  Melograni, ha superato brillantemente la "prova" della normativa per l'abbattimento delle barriere architettoniche ed a tutt'oggi risulta essere molto vissuto dagli studenti e percepito non soltanto come luogo di studio, ma anche come luogo di socializzazione, funzione primaria che dovrebbe avere l'istruzione.
A qualcuno può sembrare strano che ne stia parlando, addirittura banale o fuori luogo, ma nelle facoltà di architettura questo argomento, quando non è proprio affrontato, è visto come una parte necessaria, non una parte integrante del corso di studi, tralasciando il problema della vivibilità e della percezione, in un secondo stadio del "pensiero" progettuale con tutte le ovvie conseguenze derivanti.

venerdì 19 marzo 2010

"Architettura italiana sotto il Fascismo - L'orgoglio della modestia contro la retorica monumentale 1926-1945"

Il mio articolo (ormai vecchio di quasi due anni) su Carlo Melograni ha avuto per me un risvolto piacevole: il professore, dopo averlo letto, mi ha contattato telefonicamente (il mio numero di casa lo avrà avuto da un angelo, che so...) per ringraziarmi e per informarmi che mi avrebbe fatto dono di un suo libro. A dire il vero avevo già messo fra i desiderata il titolo in oggetto e per mia immensa fortuna è stato proprio questo il dono inviatomi.
Il titolo sembrerebbe annunciare un altro testo di storia dell'architettura di un periodo controverso della storia italiana, ma il sottotitolo ne da un indirizzo nuovo e la dedica a Terragni e Banfi, Beltrami, Giolli, Labò e Pagano, lascia intuire contenuti nient'affatto usuali. Un libro che è "un resoconto dell'architettura italiana durante venti anni", quei venti anni, scritto da un architetto non da uno storico, libero dunque del tipico stile da "librone" e più propenso, vista anche la lunga attività professionale dell'Autore, alla comprensione dei fattori umani e sociali che hanno guidato le scelte progettuali, spesso scaturite da incarichi di "ripiego".
Il resoconto è un tutt'uno dall'inizio alla fine. La premessa pone le basi, i capitoli intermedi raccontano, con parole chiare, gli entusiasmi e le difficoltà dei giovani laureati nelle neonate facoltà di architettura, i concorsi pubblici ed i progetti, le sperimentazioni (sembra quasi di vederli, giovani alle prese con i primi progetti, buttare giù schizzi, disegnare, realizzare tavole, rifarle daccapo, producendo comunque architettura), gli imperdonabili sventramenti e le irreparabili distruzioni degli ambienti monumentali sulla base della falsa retorica della rinascita della Roma Imperiale con la conseguente caduta delle loro illusioni. Non c'è mai, in tutto il testo, una presa di posizione da parte dell'Autore, che lascia, invece che i "suoi" personaggi parlino da soli. Sono moltissime, infatti, anche le citazioni, soprattutto di Pagano e Persico, due figure di grandissimo livello allora che hanno lasciato un'eredità di pensieri, molto spesso drammaticamente lungimiranti, che li rendono attuali anche ad oltre sessant'anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (per Persico, troppo prematuramente scomparso nel '36, addirittura di anni ne sono passati di più, ma è fin troppo attuale perché lo si lasci, oggi, colpevolmente dimenticato). Emergono, continui, l'entusiasmo prima e lo scontro dialettico poi, gli slanci e le delusioni, gli sforzi di chi cercava una vera nuova architettura e chi si limitava a proporre uno stile di regime più consono alla crescita della "collezione" di incarichi ufficiali.
Le pagine finali presentano una sorta di bilancio, raccontando brevemente, così come sono state le loro vite, le sorti dei nomi più importanti dell'architettura italiana, della profonda crisi di Terragni dovuta agli orrori della guerra ed alle delusioni del Fascismo nel quale aveva sempre creduto e della sua scomparsa a quarantun anni, della definitiva rinuncia ai fasci del colonnello Pagano, dei suoi contatti con i partigiani, dell'arresto e della disperazione nella sua cella, rilevata e schizzata, pensandone anche una trasformazione in abitazione e della successiva fine a Melch dopo essere transitato per Mauthausen (mica da casa sua!), della misera fine di Giorgio Labò fucilato mentre il padre lo cercava disperatamente da quattro giorni, della scomparsa di Gian Luigi Banfi a Gusen e del progetto dei BBPR (i suoi amici non vollero mai togliere la prima B dal nome del gruppo) e realizzazione del monumento, trionfo dell'antiretorica, ai caduti nei campi di sterminio. E' questa umanità che rende diverso ed unico questo testo: non solo la mera storiografia in sé, ma anche e forse soprattutto, il lato umano, raccontato con lo stile di una lunga conversazione.
Ma il testo si chiude con alcune considerazioni finali che, partendo dalle esperienze degli anni della ricostruzione, spiega come, una malintesa specificità disciplinare non abbia consentito di apprendere la lezione del disegno dell'oggetto d'uso quotidiano, strettamente connesso con la progettazione architettonica e urbana e legato ai bisogni ed ai desideri di vita di tutti i giorni, e di tradurlo in progetti di scala più grande nei quali, poi, è lentamente, ma inesorabilmente, scomparsa la centralità dell'uomo.

venerdì 18 aprile 2008

Architetto rassicurante

Pasquale Belfiore ha definito Carlo Melograni "Architetto rassicurante", nella presentazione della conferenza o, come lo stesso Melograni ha definito, conversazione, del 9 aprile 2008 nell'aula S1 della Facoltà di Architettura della SUN, definizione che ha piacevolmente stupito anche il professore. Rassicurante perché, lontano dai clamori del jet-set internazionale, dei libroni di Storia di Architettura, la sua architettura ha sempre badato all'uomo ed alle sue esigenze formative. Melograni, infatti, si è quasi sempre occupato dell'architettura della formazione scolastica e delle residenze economiche e popolari, "inclinazione" che non gli ha quasi mai consentito di "poggiarsi" sulle labbra dei fini dicitori che occupano numerosi le nostre Facoltà. Eppure le sue opere sono state sempre vincitrici di concorso, quando non assegnate direttamente da enti pubblici e privati, tagliandosi qualche spazio su riviste del settore non poco note.
Il titolo della "conversazione" davvero piacevole da ascoltare e facilmente comprensibile anche dagli studenti del primo anno, era: "Due o tre regole per progettare", regole apparentemente semplici, ma quasi mai applicate. Per superare la "paura del foglio bianco" si deve partire dalla convinzione che alle spalle abbiamo un'esperienza secolare nell'architettura. Nel corso dei secoli ci sono stati salti e rotture, l'ultimo dei quali è il Movimento Moderno: abbiamo, quindi, novant'anni di esperienza. Le semplici regole sono:
  1. Informazione, studio. Anche se un tema appare nuovo, esiste comunque un patrimonio di esperienze da valutare, rivalutare, elaborare, respingere, accettare. Informarsi anche sul territorio e la sua storia e su architetture analoghe anche in contesti diversi;
  2. Progettare per elementi componibili, scindendo le singole attività connesse in tutti gli elementi necessari allo svolgimento dei lavori (ad esempio: in un asilo ci saranno: bagni, mense, locale genitori, locale educatori, fasciatoi, ecc.);
  3. Elementi semplici, combinazioni complesse, composizione cioè di elementi modulari in forme più o meno complesse.
La sua teoria, applicata in tutte le sue opere, ci è stata mostrata nel progetto del Liceo Classico "Ariosto" di Ferrara, sia nella disegno originale, sia nel suo ampliamento che ha dimostrato l'assoluta validità della progettazione per elementi modulari. Progettato infatti prima dell'entrata in vigore della legge sull'abbattimento delle barriere architettoniche, ha "sopportato" a meraviglia le restrizioni legislative non dovendo subire alcuna modifica radicale. Anche nello studio di prototipi di scuole dell'infanzia volute dalla Regione Toscana, la validità della sua teoria è stata ancora una volta confermata.
Ecco perché anche io ritengo il prof. Carlo Melograni un architetto rassicurante: non esiste nulla di nuovo in architettura e l'utilizzo del modulo non è una restrizione alla fantasia o alle "regole" della "buona architettura", bensì una continua sfida con le innumerevoli ed infinite variazioni che il disegno modulare comporta.