lunedì 31 agosto 2009

Architettura di terra


La settimana scorsa ho fatto una passeggiata nei dintorni di San Potito Sannitico dove è in corso un progetto del prof. Fabrizio Caròla di "architettura di terra" che il professore ha studiato e sperimentato in Africa, tra l'altro con risultati estremamente affascinanti sia per quanto riguarda i risvolti formali, sia per l'integrazione nella cultura del luogo.
Il metodo costruttivo, assolutamente rispettoso dell'ambiente (nessun prodotto chimico artificiale, utilizzo di materiali ottenuti con materie prime prese sul luogo, costruzioni fortemente radicate nel genius loci nel caso delle terre africane o del sud Italia, ma assolutamente adattabili a qualsiasi territorio mediterraneo, estremamente economico data la natura delle materie prime), è molto semplice ed allo stesso tempo geniale: un compasso posto al centro dell'ambiente che, ruotando, suggerisce la posizione dei mattoni per file sovrapposte. Un'esaustiva descrizione, corredata di immagini bellissime e di un filmato, si possono trovare sul sito dell'architetto Jilani Khaldi, attualmente uno dei pochi, se non l'unico che osi e sappia osare in quest'architettura, per far piacere ai cattedratici, "alternativa".

martedì 21 luglio 2009

Meraviglia dell'arco acuto


L'arco è uno dei fondamenti dell'architettura. Elemento caratterizzante dell'architettura etrusca prima e romana poi che lo ha perfezionato, delle architetture romanica e gotica che lo hanno elevato ai massimi splendori formali e tecnici con mille diverse sfumature e varianti, dell'architettura rinascimentale che ne ha rinverdito i fasti. Poi è stato progressivamente sostituito fino a diventare la falsa copia di se stesso con i falsi archi in cemento armato che troppo spesso "veggiamo" nei moderni capolavori dell'edilizia speculativa...
Esempi bellissimi, anche se non utilizzati a fini strutturali, ma solo in maniera formale, sono gli archi ogivali del Duomo di Casertavecchia (CE) formati dall'intersezione di archi a tutto sesto su piedritti alternati uno ad uno: il più semplice esempio di arco, ma anche, secondo me, il più suggestivo, proprio per la semplicità della sua genesi. Sul campanile (in foto) e sulla facciata del Duomo si può trovare un'intera parte del corso di Geometria Descrittiva delle facoltà di architettura.

domenica 14 giugno 2009

Razionalismo a Caserta


Caserta, oltre la Reggia ed oltre i palazzi storici dei quali il più antico risale al '400 (seminario di Falciano), presenta alcuni interessanti esempi di architettura razionalista sia del periodo pre-bellico, sia del periodo post-bellico. Uno fra questi è l'edifico del Genio Civile (in foto) e del "gemello" palazzo dell'Intendenza di Finanza. Quello certamente più famoso è, però, l'ex-Casa del Fascio di P.zza Mercato, gioiellino recentemente riportato alla dignità che merita da un restauro accurato.
Altri palazzi, meno importanti, ma non meno interessanti dal punto di vista architettonico, sono alcune residenze costruite nel centro della città nell'immediato dopo-guerra per ridare ai cittadini le abitazioni che avevano perso a causa del bombardamento subito. Alcuni di questi palazzi, ancora prima degli anni '50, erano dotati di ascensore (un lusso per l'epoca). Ho iniziato una piccola ricerca fotografica di questi pregevoli esempi di architettura razionalista poco conosciuta nella stessa Caserta se non ad alcuni "addetti ai lavori" (siamo fissati su un centro storico che non esiste, o meglio, non è tutto quello che si vuole far credere), promettendomi di pubblicare i risultati sul Web e "se le cose vanno bene" su supporto cartaceo (eufemismo pseudo-modesto per dire: pubblicherò, forse, un libro). Per il momento non anticipo più di tanto del lavoro che ho iniziato in maniera quasi spontanea un bel giorno che ero in centro per commissioni ed il mio occhio fu catturato dalla ringhiera in fasce di ferro con gli spigoli curvati di un palazzo per edilizia economica, particolare che mi ha fatto notare la dignitosa facciata dell'edificio e del suo gemello dirimpettaio. "Chi vivrà, vedrà!"

lunedì 25 maggio 2009

Residenza "di recupero"

Pensavo ad un'idea folle: recuperare vecchie costruzioni, anche inizialmente non destinate a residenze. L'idea, se così si può chiamare, è partita dal rivedere alcune puntate di "Intralci" la pseudo-soap opera di Maccio Capatonda nella quale, le riprese in esterni delle abitazioni dei protagonisti, riprendono una torre piezometrica ed una vecchia costruzione adibita a cabina elettrica di conversione. Un modo strano e folle per recuperare vecchi edifici destinati ad essere abbattuti o, come spesso succede, a restare cadenti fino al crollo completo.

venerdì 24 aprile 2009

Il wine bar lo hanno inventato i romani!

... e non solo il "wine bar", anche il "lounge bar", ed il "bar" in quanto tale, così come la tavola calda che oggi si chiama "fast food" sono di invenzione romana. Mai sentito parlare delle tabernae? Fatevi una passeggiata ai mercati di Traiano a Roma o agli scavi di Pompei per farvene un'idea. In queste tabernae, o termopolia, spesso, oltre al vino di diverse qualità (rossi o bianchi, caldi o freddi, aromatizzati con erbe o una miscela di acqua calda o miele), era possibile mangiare in locali appositi pasti completi o quelle che oggi si chiamano con il nomaccio di "stuzzicherie". Erano frequentati da poveri e ricchi che sceglievano secondo le loro possibilità economiche le tabernae di più alto o di più basso livello. Come oggi, spesso, ai tavoli servivano belle ragazze, perlopiù schiave, che i padroni utilizzavano per fidelizzare il cliente, sia attraverso l'estetica, sia ("si dice") attraverso prestazioni extra-lavorative...
I locali nei quali si poteva mangiare erano anche allietati da muscia dal vivo e nei quali si favoriva l'ozio e l'evasione dal quotidiano, proprio come nei "lounge bar" odierni.
Oggi ci si riempie la bocca con questi termini inglesi, senza sapere che le loro basi sono fortemente radicate nella nostra penisola, ma sono andate perse nel dimenticatoio storico che è la "qultura" italiana moderna.

mercoledì 8 aprile 2009

Sulla ricostruzione

Nei casi di totale distruzione di centri abitati a causa di eventi soprannaturali come l'ultimo terremoto in Abruzzo o eventi bellici, si sente spesso dire dalla gente, non quella direttamente colpita, ma quella che vive altrove e vede e apprende dai media o dal passaparola, che è più importante utilizzare i fondi economici per la ricostruzione delle abitazioni piuttosto che del recupero del patrimonio artistico, prendendosela e spesso sparando a zero sui governi, politica, speculazioni, chiesa. Si sente anche spesso dire, dalla stessa gente, che non si impara mai dagli errori del passato e che ogni volta si ripete lo stesso atteggiamento. Ebbene, la ricostruzione del solo tessuto abitativo, nel passato, ha portato a gravi errori e gravi conseguenze sia urbanistiche, sia sociali, benché, anche all'epoca, chi conosce la materia sociale, proponesse la ricostruzione dell'intero tessuto urbanistico, opere d'arte incluse.
Gli esempi sono lampanti. Terremoto del Belice e ricostruzione (neanche completa) di Gibellina (mappa) con una "new town", per usare il termine di Berlusconi, completamente estraniante ed alienante rispetto al tessuto urbano e sociale del luogo. Ancora ci sono, dopo il terremoto in Irpinia, paesi ricostruiti più a valle, ancora una volta estranei alla cultura popolare, mentre sono esistiti centri, come Sant'Angelo dei Lombardi, per buona parte ricostruiti nell'edilizia abitativa, ma che lasciavano edifici pubblici e di culto ancora in container, capannoni e casette prefabbricate "provvisorie".
L'abitazione, la casa, non termina con il muro perimetrale, ma continua con l'edificio circostante, quello dirimpetto, la strada pubblica e la piazza al termine di essa dove sorge la chiesa parrocchiale o il belvedere o il municipio o il museo o la stazione ferroviaria. Quando si parla della nostra città non si racconta la bellezza della nostra casa, ma si racconta dei luoghi pubblici, della bellezza architettonica o artistica, dell'evento, della piazza. Ecco perché è importantissima la ricostruzione contemporanea dei luoghi d'arte e pubblici, perché è così che la popolazione potrà rivedere o comunque riconoscersi nei luoghi che l'evento soprannaturale ed involontario ha distrutto in un solo istante. Il concetto di "New Town" non dev'essere applicato alla ricostruzione delle abitazioni crollate, ma alla predisposizione di centri temporanei, magari smontabili o riutilizzabili per nuovi insediamenti, evitando di ripetere gli errori urbanistici e urbani degli originali inglesi.

mercoledì 18 marzo 2009

Lessico famigliare

Ascoltavo, alcuni giorni fa, la discussione piuttosto accesa fra un giovane medico cardiologo ed il padre con il livello d'istruzione fermo alla media inferiore. Il tema riguardava la maniera corretta di informare parenti e conoscenti circa un malanno accaduto ad un parente, notizia che era già circolata nei dintorni e che aveva spinto già molte persone a chiedere informazioni, spesso con lo stesso tatto di un dito bruciato con la benzina. Per la cronaca il parente aveva avuto un infarto (e già qui, chi legge, ha potuto pensare al peggio), seppur di lievissima entità e preso in tempo (il parente è a sua volta medico, nello specifico, cardiologo...). Il giovane medico asseriva che era necessario dire che il parente aveva avuto un leggero infarto, ma preso in tempo. Il padre, invece, diceva che agli ignoranti (che ignorano la materia) non si poteva dire la parola infarto per evitare che si pensasse al peggio, ma mitigare l'informazione dicendo che "aveva avuto un piccolo dolore al cuore" e che gli avevano messo "una cosa" per far circolare meglio il sangue. Il medico cercava di convincere il padre che quanto egli affermava si chiamava infarto, mentre il padre si difendeva insistendo che non si poteva usare la parola infarto e che, anzi, bisognava trovare una nuova parola, meno "tragica" per evitare che chi fosse informato dell'accaduto, pensasse immediatamente al peggio non tanto nell'immediato, ma in tempi futuri quando, una volta ristabilito il parente, la gente evitasse di pensare che quella persona avesse subito "una botta" e che non "era più quello di prima". La discussione finì con i contendenti arroccati ognuno nelle proprie convinzioni. A sera, però, ragionando a freddo, il giovane medico diede ragione al padre, ma era troppo tardi: il giorno dopo, già si diceva che quel parente era in coma a causa dell'infarto, qualcuno diceva che non parlava più perché l'infarto colpisce così, chi diceva che con l'infarto si resta scemi, chi che l'infarto fa pisciare sotto in mezzo alla strada, senza contare i soliti sapientoni da bar che facevano il parallelo con la sorte toccata al padre del parente (nonno e suocero dei contendenti) e che fosse ovvio che al figlio sarebbe venuto un infarto e che sarebbe morto allo stesso modo. Insomma i presagi di quel padre si erano avverati, ma non era finita qui. Una volta appreso che il parente era già tornato a casa e che aveva ripreso, rapidamente, tutte le sue attività abituali e che il malanno non aveva portato apparenti strascichi, il "popolo" già era convinto che "allora non è stato un infarto!"...
Tutto questo per dire che il lessico tecnico, scientifico, accademico è "cosa" da "uomini eletti" e non da popolino e soprattutto dovrebbe essere utilizzato nell'ambito della scienza o disciplina cui appartiene. Non credo, infatti, che i medici abbiano chiara comprensione del termine "cedimento strutturale" come gli architetti/ingegneri/geometri non conoscono il vero significato della parola "infarto".
Il buon professionista dovrebbe usare il linguaggio appropriato a seconda del suo interlocutore. Sembra una cosa banale, ma troppo spesso non è così. Ho visto architetti parlare di "Rilievo multidimensionale dell'ambiente antropizzato" a gente ignara del lavoro di rollina metrica e fotocamera digitale, che compivano alcuni di loro sulle proprie abitazioni. E' facile "farsi belli" difronte alla gente comune, ma è meglio conservarsi le belle parole per i momenti consoni. La gente comune va adeguatamente informata, non confusa o trattata come bestia ignorante. Bisogna creare la giusta dose di curiosità in modo che chi ha voglia di saperne di più si informa, chi non ne ha, ha saputo già abbastanza. Quindi, non "Rilievo multidimensionale dell'ambiente antropizzato", ma "Prendere le misure delle case del quartiere/città, compreso il rilevamento del colore degli edifici, del degrado, ecc.". A chi chiederà a che serve prendere il colore, gli si spiegherà con calma il motivo, a chi farà il gradasso non si concederà alcuna soddisfazione: andrà via da solo prima o poi.
In questo modo si sarà più apprezzati nel proprio lavoro, la gente comune avrà almeno un'idea delle innumerevoli tematiche legate all'architettura (e non solo se si estende il discorso anche alle altre discipline), sarà maggiormente consapevole e non sparerà fregnacce a caso, riuscendo a difendere i propri diritti senza correre dietro il porta-meta ed essere usata come "massa pesante" come troppo spesso accade oggi.