"Città d'arte" è una delle tante definizioni partorite dall'arte e dall'architettura e poi immediatamente disconosciuta perché priva di significato, prima che di fondamento scientifico. Una città d'arte, secondo i palati più fini della politica e quindi dell'opinione pubblica, starebbe a significare una città nella quale si trova un'alta concentrazione di edifici e opere d'arte di grande interesse culturale non solo nazionale. Sono città d'arte le evergreen Venezia, Firenze, Roma, Ferrara, Napoli, Padova, ecc. Tutte le altre città, sono semplicemente città. A seguito di questo fenomeno più folcloristico che storico, le città con qualche monumento importante, come Caserta, aspirano a diventare esse stesse città d'arte per attivare il turismo oltre il monumento. Creato l'equivoco sul nulla, bisogna riempirne il fondo per tenerlo in piedi e allora, da un po' di tempo, fra i casertani è invalsa l'idea che il rilancio del turismo oltre la Reggia, parta dall'apertura di negozi di souvenir e chincaglierie del turista mordi-e-fuggi-con-le-scuole-basse, l'attivazione di navette tra i parcheggi e la Reggia e il recupero del centro storico per i turisti. Purtroppo i casertani sono i primi a non conoscere la propria città, perché non si studia nelle scuole e perché la storia di Caserta sembra essere cominciata con la costruzione della Reggia di Caserta, unico monumento della città (insieme al Belvedere) considerato tale.
La storia di Caserta, in realtà, è molto più antica, non è gloriosa come quelle di Capua vetere e Capua nova, ma è una storia da più parti dimenticata e che spiega tante cose che i casertani accettano come l'anatroccolo appena schiuso dall'uovo. Il primo nucleo abitato risale ai sanniti dei quali si sono trovate delle tombe a cassa in quelli che oggi sono i sotterranei della Reggia e dei quali era a conoscenza anche Vanvitelli, visto che una tomba è attraversata da un muro di fondazione. Fu aperto un museo dell'opera una ventina di anni fa e fu pure chiuso. Un secondo nucleo abitato stabilmente è quello della cosiddetta Casa Hirta su una collina sulla quale si rifugiarono il vescovo di Calatia (Maddaloni) e tutta la sua corte con alcuni abitanti per sfuggire alle incursioni provenienti da Napoli intorno al IX secolo d.C.. Intanto il borgo si ingrandiva, veniva costruita una cattedrale con annesso seminario e, in pianura, una torre di avvistamento. Nel corso degli anni accanto a questa torre fu costruito un primo edificio per ospitare chi nella torre prestava servizio. Intanto nella piazza antistante cominciò a svolgersi un mercato di viveri e tutt'intorno a questo spazio furono costruiti edifici per ospitare mercanti, ma anche truppe e cittadini: era il Villaggio Torre, il primo nucleo della Caserta attuale, rintracciabile in pieno nell'odierna Piazza Vanvitelli, con edificio e torre (Prefettura e Questura) incluse. Intanto nei dintorni il villaggio si allargava, furono costruire un paio di chiese nei dintorni (oggi Via Redentore) e anche il Vescovo cominciò a scendere in pianura non solo per presenziare alle vendite, ma anche per gestire i propri interessi. Gli fu costruito un alloggio grandicello in località Falciano con allegata chiesa e celle per ospitare il suo seguito quando non facevano ritorno a Casa Hirta. Vista poi la difficoltà di raggiungere la collina a dorso di mulo (spesso si cadeva e ci si rimettevano le auguste penne), il vescovo decise di fermarsi in pianura e di spostarvici la sede vescovile nel nuovo palazzo, oggi ex-Caserma Sacchi, davanti alla quale si apriva un grosso spazio prima incolto poi più curato (ex-Ma.Cri.Co). Casa Hirta traslitterò in Casa Erta e poi in Caserta, ma indicò il villaggio in pianura, non più quello in collina che divenne Caserta Vecchia (oggi Casertavecchia). Intanto Caserta si espandeva sotto i Della Ratta prima e gli Acquaviva poi. Il palazzo accanto alla torre divenne reggia e la inglobò, il mercato continuò a svolgersi allo stesso luogo fino agli inizi del XX secolo, furono fondate alcune chiese fra le quale quella detta di Montevergine alla fine di una delle pochissime strade storiche di Caserta, residuato, cioè delle mulattiere precedenti all'insediamento urbano. Arrivano i Borbone, costruiscono la Reggia, presentano un piano mai attuato per fine dinastia, viene eretto un palazzo signorile di un funzionario di corte, Palazzo Paternò nella strada di cui sopra. Arriva l'Unità d'Italia, le due guerre, i monumenti ai caduti, i bombardamenti e si arriva alla lenta, stanca e borghese città attuale. Il mercato oggi si svolge in un luogo fuori-luogo, appositamente costruito, un deserto di asfalto malamente occupato solo due volte a settimana dopo essere stato sfrattato, anche per questioni di ordine pubblico, dalle strade della città. Il motivo dell'importanza del mercato di Caserta è quindi rintracciabile al primo insediamento in pianura, a quasi mille anni fa, tanto per essere un po' esagerati.
In questo brevissimo e sicuramente non precisissimo excursus storico, appare evidente che non ci sono palazzi signorili, oltre il citato Paternò, o monumenti di grande interesse storico-culturale che convincano il turista a restare più di un giorno. Nei piani Borbonici Caserta doveva diventare capitale, ma è rimasta quella che è, provinciale e benché ci si sforzi, in città non esistono luoghi di interesse tale da andare aldilà della storia locale pur importante, ma inutile se circoscritta esclusivamente al luogo. Va anche considerato che se Caserta non avesse un grosso agglomerato urbano, sarebbe un comune sparso con le tante frazioni, alcune inglobate nell'urbe, tutte residuati di insediamenti rurali più antichi (alcuni risalgono ai Longobardi) via via più vicini all'Hirta e alla pianura. Alcune di queste frazioni contengono preziosi palazzi le cui edificazioni vanno dal X al XIX secolo, alcune con caratteristiche peculiari come le cosiddette "collere" di Casolla. Purtroppo si tende a considerare Caserta come città a sé e le frazioni come altro, tant'è vero che è ancora in uso il modo di dire "vado a Caserta" anche se ci si deve spostare nella stessa città. E' questo scollamento fra le due identità che in realtà sono unica cosa essendo la città attuale la somma degli addendi precedenti, che non fa comprendere ai casertani in primis che il turismo stanziale, a Caserta, è difficile se non è accompagnato da iniziative culturali che vanno aldilà dell'ammennicolo in plastica, perché il turista che arriva apposta per vedere la Reggia ha sicuramente il potere economico e il diritto di acquistare un prodotto non come ricordo affettivo, ma come accrescimento culturale. Ad un francese, un americano, un giapponese o ad un cinese, cosa si potrà offrire oltre la Reggia? Se le amministrazioni comunali che si sono succedute in tutti questi anni, cioè dall'elezione diretta del sindaco, non si fossero preoccupate solo di restaurare il Belvedere di San Leucio (che ne aveva ben donde) per farsi belli durante gli eventi organizzati, oggi a Casertavecchia non ci sarebbero il vuoto e la desolazione, le frazioni sarebbero molto più di una semplice indicazione toponomastica, i palazzi gentilizi non sarebbero un ostacolo alla circolazione delle auto in entrambi i sensi, l'ex-Caserma Sacchi non sarebbe esclusivamente un contenitore di uffici comunali così come il parco del Ma.Cri.Co non sarebbe una selva oscura, per anni gestita malamente dalla Curia... e soprattutto la biblioteca comunale, non funzionerebbe come una prostituta cioè a ore (sic!) e non avrebbe fatto l'ultima acquisizione vent'anni fa. Sopratutto nessuno avrebbe il tempo materiale per pensare alla teleferica, perché anche a questo si è pensato!
Architettura e (anche) Fotografia vs. Fotografia e (anche) Architettura
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mercoledì 23 ottobre 2013
domenica 15 luglio 2012
Anomalia casertana
Caserta è una città anomala. Ci si viene esclusivamente per visitare la Reggia e, qualche volta, Casertavecchia. Non ha palazzi nobiliari o patrizi se si eccettua palazzo Paternò in Via San Carlo, una delle strade più antiche di Caserta. Le altre residenze si trovano nelle frazioni pedemontane e montane, fisicamente staccate dalla Caserta Nuova (fa eccezione la sola Casolla) benché facciano ugualmente parte del comune. Gli unici itinerari turistici, però, riguardano la Reggia ed il turista che arriva a Caserta, ne riparte nel primo pomeriggio. Non ci sono altri motivi per cui debba restare anche perché le informazioni turistiche scarseggiano, i servizi pubblici sono poco conosciuti e ancor meno comodi. Va detto che anche molti casertani conoscono poco la loro città e la visitano soltanto per andare al bar fighetto a bere una bibita da 4 euro.
Nata in collina prima dell'anno 1000 ad opera di esuli clericali calatini (di Calatia), discesa in pianura, prima con il solo seminario, poi con la residenza vescovile, non lontano da un esistente villaggio dominato da una torre, da cui l'antico nome di Villaggio Torre, dove si svolgeva un mercato, quando le condizioni dell'antica strada di collegamento divenne troppo pericolosa, si sviluppò in piano aggregandosi con antichi casali e borghi di epoca altomedievale: Puczanello (Puccianiello), Briano, Fauzano (Falciano), Rafreda (Aldifreda), San Martino (via Feudo San Martino).
Caserta, benché abbia un istituto artistico, non ha laboratori d'arte né gallerie d'arte moderna veramente degne di essere chiamate tali, né un auditorium o un teatro che non sia quello di corte nella Reggia. Come può un turista scegliere di restare qui un giorno in più? Invitandolo a visitare la città con un altro occhio, quello del cittadino che conosce il suo territorio. Proporre, ad esempio, un itinerario alternativo da effettuare il giorno dopo alla visita al real palazzo o il giorno prima. Ma non esiste soltanto il turista. Esiste anche lo studioso, il musicista, l'artista, il poeta, lo scrittore ed è anche in questo senso che vanno indirizzati gli sforzi culturali e finanziari per rilanciare la città. Riempiendo di nuova vita i numerosi palazzi e spazi vuoti in città, recuperando all'uso pubblico l'immensa area dell'ex-MaCriCo, mediando fra area verde e residenze o uffici, realizzandovi anche un orto botanico, aree per pensare, per dipingere per fotografare, per scrivere, orti urbani, aree ricreative, aree studio. Il turista, con il significato più ampio del termine di colui che viaggia per piacere, si chiederà perché tanta gente e soprattutto giovani vengono a Caserta e vorrà vedere anche lui perché.
Nata in collina prima dell'anno 1000 ad opera di esuli clericali calatini (di Calatia), discesa in pianura, prima con il solo seminario, poi con la residenza vescovile, non lontano da un esistente villaggio dominato da una torre, da cui l'antico nome di Villaggio Torre, dove si svolgeva un mercato, quando le condizioni dell'antica strada di collegamento divenne troppo pericolosa, si sviluppò in piano aggregandosi con antichi casali e borghi di epoca altomedievale: Puczanello (Puccianiello), Briano, Fauzano (Falciano), Rafreda (Aldifreda), San Martino (via Feudo San Martino).
Caserta, benché abbia un istituto artistico, non ha laboratori d'arte né gallerie d'arte moderna veramente degne di essere chiamate tali, né un auditorium o un teatro che non sia quello di corte nella Reggia. Come può un turista scegliere di restare qui un giorno in più? Invitandolo a visitare la città con un altro occhio, quello del cittadino che conosce il suo territorio. Proporre, ad esempio, un itinerario alternativo da effettuare il giorno dopo alla visita al real palazzo o il giorno prima. Ma non esiste soltanto il turista. Esiste anche lo studioso, il musicista, l'artista, il poeta, lo scrittore ed è anche in questo senso che vanno indirizzati gli sforzi culturali e finanziari per rilanciare la città. Riempiendo di nuova vita i numerosi palazzi e spazi vuoti in città, recuperando all'uso pubblico l'immensa area dell'ex-MaCriCo, mediando fra area verde e residenze o uffici, realizzandovi anche un orto botanico, aree per pensare, per dipingere per fotografare, per scrivere, orti urbani, aree ricreative, aree studio. Il turista, con il significato più ampio del termine di colui che viaggia per piacere, si chiederà perché tanta gente e soprattutto giovani vengono a Caserta e vorrà vedere anche lui perché.
sabato 24 aprile 2010
Dove sta andando l'Architettura?
Non si sa. Nel frattempo si distrugge quello che ci è stato tramandato e, sia chiaro, sempre più spesso con il beneplacito delle soprintendenze!
Il caso in questione è riferito alla Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli, la "mia" facoltà, come sentiamo troppo spesso dire in giro da Qualcuno. La sede è ospitata nel chiostro cinquecentesco, nel "Quarto dell'abate" del XVIII secolo, opera di Ferdinando Fuga e nell'ala ottocentesca che di ottocentesco ha solo il nome, dell'Abbazia di San Lorenzo ad Septimum ad Aversa (CE). Da tempo sono cominciati lavori di adeguamento impiantistico e tecnologico, ma sia i progettisti (che NON sono della facoltà) sia gli esecutori, oltre che DL (che NON è della facoltà o se lo è, sarebbe consigliabile non andasse a dirlo in giro) non si sono affatto resi conto di trovarsi in un monumento storico di straordinaria importanza e non in un quartiere di edilizia economica e popolare. Così c'è voluta la richiesta di un docente di restauro affinché non si usasse il martello pneumatico sulle mura settecentesche per realizzare le tracce per gli impianti (impianti sotto traccia, come si usavano vent'anni fa).
Roberto Pane, al quale la Facoltà ha dedicato la biblioteca, scrisse: "La stratificazione è l'essenza stessa dell'architettura" e mi chiedo: perché tutto questo è ampiamente disatteso in un luogo di istruzione d'eccellenza che è una facoltà universitaria soprattutto di architettura? Perché la Soprintendenza di Caserta ha dato il beneplacito alla realizzazione di interventi così invasivi, che poi è la stessa che sta demolendo le basi delle torri federiciane di Capua? Perché non è stato interpellato il dipartimento di restauro che è stato tenuto fuori da tutto? A questo punto, mettiamo gli impianti sotto traccia anche nella Reggia di Caserta visto che, benché le firme siano diverse, le mura sono coeve.
Un altro dei punti chiave del restauro prescrive la compatibilità della rifunzionalizzazione dell'edificio con le preesistenze: se ciò non può avvenire ad Aversa perché non andare altrove? Solo per avere una sede prestigiosa? Ma si avrà oggi, insieme ad un po' di biasimo delle menti più sensibili, fra trecento anni, un restauratore potrebbe scrivere saggi interi "sui premiscelati usati da Fuga e sui siporex stratificati" (questa non è mia, ma la faccio mia).
Qualche immagine tanto per gradire: Set su Flickr
Il caso in questione è riferito alla Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli, la "mia" facoltà, come sentiamo troppo spesso dire in giro da Qualcuno. La sede è ospitata nel chiostro cinquecentesco, nel "Quarto dell'abate" del XVIII secolo, opera di Ferdinando Fuga e nell'ala ottocentesca che di ottocentesco ha solo il nome, dell'Abbazia di San Lorenzo ad Septimum ad Aversa (CE). Da tempo sono cominciati lavori di adeguamento impiantistico e tecnologico, ma sia i progettisti (che NON sono della facoltà) sia gli esecutori, oltre che DL (che NON è della facoltà o se lo è, sarebbe consigliabile non andasse a dirlo in giro) non si sono affatto resi conto di trovarsi in un monumento storico di straordinaria importanza e non in un quartiere di edilizia economica e popolare. Così c'è voluta la richiesta di un docente di restauro affinché non si usasse il martello pneumatico sulle mura settecentesche per realizzare le tracce per gli impianti (impianti sotto traccia, come si usavano vent'anni fa).
Roberto Pane, al quale la Facoltà ha dedicato la biblioteca, scrisse: "La stratificazione è l'essenza stessa dell'architettura" e mi chiedo: perché tutto questo è ampiamente disatteso in un luogo di istruzione d'eccellenza che è una facoltà universitaria soprattutto di architettura? Perché la Soprintendenza di Caserta ha dato il beneplacito alla realizzazione di interventi così invasivi, che poi è la stessa che sta demolendo le basi delle torri federiciane di Capua? Perché non è stato interpellato il dipartimento di restauro che è stato tenuto fuori da tutto? A questo punto, mettiamo gli impianti sotto traccia anche nella Reggia di Caserta visto che, benché le firme siano diverse, le mura sono coeve.
Un altro dei punti chiave del restauro prescrive la compatibilità della rifunzionalizzazione dell'edificio con le preesistenze: se ciò non può avvenire ad Aversa perché non andare altrove? Solo per avere una sede prestigiosa? Ma si avrà oggi, insieme ad un po' di biasimo delle menti più sensibili, fra trecento anni, un restauratore potrebbe scrivere saggi interi "sui premiscelati usati da Fuga e sui siporex stratificati" (questa non è mia, ma la faccio mia).
Qualche immagine tanto per gradire: Set su Flickr
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