Non si sa. Nel frattempo si distrugge quello che ci è stato tramandato e, sia chiaro, sempre più spesso con il beneplacito delle soprintendenze!
Il caso in questione è riferito alla Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli, la "mia" facoltà, come sentiamo troppo spesso dire in giro da Qualcuno. La sede è ospitata nel chiostro cinquecentesco, nel "Quarto dell'abate" del XVIII secolo, opera di Ferdinando Fuga e nell'ala ottocentesca che di ottocentesco ha solo il nome, dell'Abbazia di San Lorenzo ad Septimum ad Aversa (CE). Da tempo sono cominciati lavori di adeguamento impiantistico e tecnologico, ma sia i progettisti (che NON sono della facoltà) sia gli esecutori, oltre che DL (che NON è della facoltà o se lo è, sarebbe consigliabile non andasse a dirlo in giro) non si sono affatto resi conto di trovarsi in un monumento storico di straordinaria importanza e non in un quartiere di edilizia economica e popolare. Così c'è voluta la richiesta di un docente di restauro affinché non si usasse il martello pneumatico sulle mura settecentesche per realizzare le tracce per gli impianti (impianti sotto traccia, come si usavano vent'anni fa).
Roberto Pane, al quale la Facoltà ha dedicato la biblioteca, scrisse: "La stratificazione è l'essenza stessa dell'architettura" e mi chiedo: perché tutto questo è ampiamente disatteso in un luogo di istruzione d'eccellenza che è una facoltà universitaria soprattutto di architettura? Perché la Soprintendenza di Caserta ha dato il beneplacito alla realizzazione di interventi così invasivi, che poi è la stessa che sta demolendo le basi delle torri federiciane di Capua? Perché non è stato interpellato il dipartimento di restauro che è stato tenuto fuori da tutto? A questo punto, mettiamo gli impianti sotto traccia anche nella Reggia di Caserta visto che, benché le firme siano diverse, le mura sono coeve.
Un altro dei punti chiave del restauro prescrive la compatibilità della rifunzionalizzazione dell'edificio con le preesistenze: se ciò non può avvenire ad Aversa perché non andare altrove? Solo per avere una sede prestigiosa? Ma si avrà oggi, insieme ad un po' di biasimo delle menti più sensibili, fra trecento anni, un restauratore potrebbe scrivere saggi interi "sui premiscelati usati da Fuga e sui siporex stratificati" (questa non è mia, ma la faccio mia).
Qualche immagine tanto per gradire: Set su Flickr
Architettura e (anche) Fotografia vs. Fotografia e (anche) Architettura
sabato 24 aprile 2010
venerdì 19 marzo 2010
"Architettura italiana sotto il Fascismo - L'orgoglio della modestia contro la retorica monumentale 1926-1945"
Il mio articolo (ormai vecchio di quasi due anni) su Carlo Melograni ha avuto per me un risvolto piacevole: il professore, dopo averlo letto, mi ha contattato telefonicamente (il mio numero di casa lo avrà avuto da un angelo, che so...) per ringraziarmi e per informarmi che mi avrebbe fatto dono di un suo libro. A dire il vero avevo già messo fra i desiderata il titolo in oggetto e per mia immensa fortuna è stato proprio questo il dono inviatomi.
Il titolo sembrerebbe annunciare un altro testo di storia dell'architettura di un periodo controverso della storia italiana, ma il sottotitolo ne da un indirizzo nuovo e la dedica a Terragni e Banfi, Beltrami, Giolli, Labò e Pagano, lascia intuire contenuti nient'affatto usuali. Un libro che è "un resoconto dell'architettura italiana durante venti anni", quei venti anni, scritto da un architetto non da uno storico, libero dunque del tipico stile da "librone" e più propenso, vista anche la lunga attività professionale dell'Autore, alla comprensione dei fattori umani e sociali che hanno guidato le scelte progettuali, spesso scaturite da incarichi di "ripiego".
Il resoconto è un tutt'uno dall'inizio alla fine. La premessa pone le basi, i capitoli intermedi raccontano, con parole chiare, gli entusiasmi e le difficoltà dei giovani laureati nelle neonate facoltà di architettura, i concorsi pubblici ed i progetti, le sperimentazioni (sembra quasi di vederli, giovani alle prese con i primi progetti, buttare giù schizzi, disegnare, realizzare tavole, rifarle daccapo, producendo comunque architettura), gli imperdonabili sventramenti e le irreparabili distruzioni degli ambienti monumentali sulla base della falsa retorica della rinascita della Roma Imperiale con la conseguente caduta delle loro illusioni. Non c'è mai, in tutto il testo, una presa di posizione da parte dell'Autore, che lascia, invece che i "suoi" personaggi parlino da soli. Sono moltissime, infatti, anche le citazioni, soprattutto di Pagano e Persico, due figure di grandissimo livello allora che hanno lasciato un'eredità di pensieri, molto spesso drammaticamente lungimiranti, che li rendono attuali anche ad oltre sessant'anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (per Persico, troppo prematuramente scomparso nel '36, addirittura di anni ne sono passati di più, ma è fin troppo attuale perché lo si lasci, oggi, colpevolmente dimenticato). Emergono, continui, l'entusiasmo prima e lo scontro dialettico poi, gli slanci e le delusioni, gli sforzi di chi cercava una vera nuova architettura e chi si limitava a proporre uno stile di regime più consono alla crescita della "collezione" di incarichi ufficiali.
Le pagine finali presentano una sorta di bilancio, raccontando brevemente, così come sono state le loro vite, le sorti dei nomi più importanti dell'architettura italiana, della profonda crisi di Terragni dovuta agli orrori della guerra ed alle delusioni del Fascismo nel quale aveva sempre creduto e della sua scomparsa a quarantun anni, della definitiva rinuncia ai fasci del colonnello Pagano, dei suoi contatti con i partigiani, dell'arresto e della disperazione nella sua cella, rilevata e schizzata, pensandone anche una trasformazione in abitazione e della successiva fine a Melch dopo essere transitato per Mauthausen (mica da casa sua!), della misera fine di Giorgio Labò fucilato mentre il padre lo cercava disperatamente da quattro giorni, della scomparsa di Gian Luigi Banfi a Gusen e del progetto dei BBPR (i suoi amici non vollero mai togliere la prima B dal nome del gruppo) e realizzazione del monumento, trionfo dell'antiretorica, ai caduti nei campi di sterminio. E' questa umanità che rende diverso ed unico questo testo: non solo la mera storiografia in sé, ma anche e forse soprattutto, il lato umano, raccontato con lo stile di una lunga conversazione.
Ma il testo si chiude con alcune considerazioni finali che, partendo dalle esperienze degli anni della ricostruzione, spiega come, una malintesa specificità disciplinare non abbia consentito di apprendere la lezione del disegno dell'oggetto d'uso quotidiano, strettamente connesso con la progettazione architettonica e urbana e legato ai bisogni ed ai desideri di vita di tutti i giorni, e di tradurlo in progetti di scala più grande nei quali, poi, è lentamente, ma inesorabilmente, scomparsa la centralità dell'uomo.
Il titolo sembrerebbe annunciare un altro testo di storia dell'architettura di un periodo controverso della storia italiana, ma il sottotitolo ne da un indirizzo nuovo e la dedica a Terragni e Banfi, Beltrami, Giolli, Labò e Pagano, lascia intuire contenuti nient'affatto usuali. Un libro che è "un resoconto dell'architettura italiana durante venti anni", quei venti anni, scritto da un architetto non da uno storico, libero dunque del tipico stile da "librone" e più propenso, vista anche la lunga attività professionale dell'Autore, alla comprensione dei fattori umani e sociali che hanno guidato le scelte progettuali, spesso scaturite da incarichi di "ripiego".
Il resoconto è un tutt'uno dall'inizio alla fine. La premessa pone le basi, i capitoli intermedi raccontano, con parole chiare, gli entusiasmi e le difficoltà dei giovani laureati nelle neonate facoltà di architettura, i concorsi pubblici ed i progetti, le sperimentazioni (sembra quasi di vederli, giovani alle prese con i primi progetti, buttare giù schizzi, disegnare, realizzare tavole, rifarle daccapo, producendo comunque architettura), gli imperdonabili sventramenti e le irreparabili distruzioni degli ambienti monumentali sulla base della falsa retorica della rinascita della Roma Imperiale con la conseguente caduta delle loro illusioni. Non c'è mai, in tutto il testo, una presa di posizione da parte dell'Autore, che lascia, invece che i "suoi" personaggi parlino da soli. Sono moltissime, infatti, anche le citazioni, soprattutto di Pagano e Persico, due figure di grandissimo livello allora che hanno lasciato un'eredità di pensieri, molto spesso drammaticamente lungimiranti, che li rendono attuali anche ad oltre sessant'anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (per Persico, troppo prematuramente scomparso nel '36, addirittura di anni ne sono passati di più, ma è fin troppo attuale perché lo si lasci, oggi, colpevolmente dimenticato). Emergono, continui, l'entusiasmo prima e lo scontro dialettico poi, gli slanci e le delusioni, gli sforzi di chi cercava una vera nuova architettura e chi si limitava a proporre uno stile di regime più consono alla crescita della "collezione" di incarichi ufficiali.
Le pagine finali presentano una sorta di bilancio, raccontando brevemente, così come sono state le loro vite, le sorti dei nomi più importanti dell'architettura italiana, della profonda crisi di Terragni dovuta agli orrori della guerra ed alle delusioni del Fascismo nel quale aveva sempre creduto e della sua scomparsa a quarantun anni, della definitiva rinuncia ai fasci del colonnello Pagano, dei suoi contatti con i partigiani, dell'arresto e della disperazione nella sua cella, rilevata e schizzata, pensandone anche una trasformazione in abitazione e della successiva fine a Melch dopo essere transitato per Mauthausen (mica da casa sua!), della misera fine di Giorgio Labò fucilato mentre il padre lo cercava disperatamente da quattro giorni, della scomparsa di Gian Luigi Banfi a Gusen e del progetto dei BBPR (i suoi amici non vollero mai togliere la prima B dal nome del gruppo) e realizzazione del monumento, trionfo dell'antiretorica, ai caduti nei campi di sterminio. E' questa umanità che rende diverso ed unico questo testo: non solo la mera storiografia in sé, ma anche e forse soprattutto, il lato umano, raccontato con lo stile di una lunga conversazione.
Ma il testo si chiude con alcune considerazioni finali che, partendo dalle esperienze degli anni della ricostruzione, spiega come, una malintesa specificità disciplinare non abbia consentito di apprendere la lezione del disegno dell'oggetto d'uso quotidiano, strettamente connesso con la progettazione architettonica e urbana e legato ai bisogni ed ai desideri di vita di tutti i giorni, e di tradurlo in progetti di scala più grande nei quali, poi, è lentamente, ma inesorabilmente, scomparsa la centralità dell'uomo.
giovedì 21 gennaio 2010
StreetView: una voce controcorrente
Si è fatto un gran parlare in passato e se ne fa ancora di StreetView e delle ripercussioni sulla privacy. Qualcuno ha anche azzardato definendolo un servizio inutile. Tralasciando le implicazioni legali che un servizio del genere naturalmente produce, io personalmente dico che non solo non è inutile, ma è anzi utilissimo. Fermo restando che l'ideale sarebbe visitare i luoghi in prima persona e non affidarsi esclusivamente a strumenti esterni (foto e video in primis), è anche vero, però, che non sempre si ha il tempo (leggi: possibilità economica) di intraprendere lunghi viaggi. Allora l'unica soluzione è vedere questi luoghi immaginando di esserci davvero e magari sognare un giorno di andarci veramente, costruendosi anche un itinerario turistico personalizzato.
Con questo sistema posso dire di "essere stato" sul Golden Gate, ma anche nelle città minori americane, così come nei quartieri e nelle stradine strette di Tokyo, Kyoto o Kobe, di aver "visto da vicino" l'Opera House di Sidney. Non è come averli visto dal vivo, ma almeno ho un'idea di come si inseriscono determinate opere nell'ambiente urbano o naturale, in special modo il sistema dei neighborhood (in inglese) americani ed inglesi, interessanti dal punto di vista urbanistico e sociale
Con questo sistema posso dire di "essere stato" sul Golden Gate, ma anche nelle città minori americane, così come nei quartieri e nelle stradine strette di Tokyo, Kyoto o Kobe, di aver "visto da vicino" l'Opera House di Sidney. Non è come averli visto dal vivo, ma almeno ho un'idea di come si inseriscono determinate opere nell'ambiente urbano o naturale, in special modo il sistema dei neighborhood (in inglese) americani ed inglesi, interessanti dal punto di vista urbanistico e sociale
giovedì 24 dicembre 2009
Auguri di Natale
Un semplice post per augurare a tutti Buon Natale! Mi raccomando, in nome dell'Architettura, mangiate tanto così evitiamo di chiamare un ingegnere per collaudare i solai.
Deliziatevi con un video di auguri di Babbo Natale canterino con le sue renne.
Deliziatevi con un video di auguri di Babbo Natale canterino con le sue renne.
domenica 29 novembre 2009
Gli architetti devono pensare le loro opere come se fossimo tutti disabili, non il contrario
Faccio mia una citazione di Tim Berners-Lee, padre insieme a Robert Cailliau del World Wide Web:
"La potenza del Web sta nella sua universalità. L'accesso per chiunque, qualunque disabilità egli abbia, ne è un aspetto essenziale"Il titolo per così dire provocatorio, nasconde una triste realtà: ancora oggi l'approccio progettuale prescinde dal considerare le disabilità e già a partire dal periodo universitario. Un caso su tutti è il Ponte della Costituzione di Calatrava a Venezia dove è stato previsto solo dopo la costruzione (quindi dopo la presentazione dei progetti, l'approvazione, lo stanziamento dei fondi, la costruzione e l'inaugurazione) un sistema (costoso) per permettere ai disabili di attraversare il ponte. L'errore è alla base ed è concettuale. Si pensano le opere per chi è in grado di camminare per poi trovare uno spazio per fare la rampa per i disabili, quasi come se si volesse dare loro il privilegio di un accesso riservato. Lo stesso discorso vale per le città. Dove le amministrazioni comunali hanno previsto le rampe, hanno dimenticato di dire alle ditte appaltatrici che non è opportuno creare un gradino di asfalto di 15 cm sotto i marciapiedi che inutili e pericolosi per svariati motivi:
- Chi è in carrozzella, trasporta un passeggino, cammina con le stampelle, ha enormi difficoltà a scendere e risalire nel poco spazio offerto dalle zanelle stradali;
- Il gradino di asfalto è un ottimo trampolino di lancio per tutti quei piloti che quotidianamente percorrono le strade delle nostre città, visto che non esiste più il ciglio del marciapiede che viene di conseguenza a trovarsi allo stesso livello della strada.
lunedì 2 novembre 2009
L'eleganza del Liberty
Ho poco da dire se non che adoro questa palazzina Liberty nel comune di Santa Maria Capua Vetere (CE), non lontano dalla stazione ferroviaria. L'ho "scoperta" per caso un giorno che decisi di non guardare solo il marciapiede su cui camminavo e ne sono rimasto folgorato. Purtroppo, se si esclude il palazzo alla sua sinistra (non visibile in foto), la palazzina è circondata dalla mediocre edilizia da speculazione che negli anni l'ha soffocata. Unica magra consolazione è l'assenza di edifici in aderenza sul lato destro lungo la strada, ma il panorama posteriore è deprimente.
Tra l'altro non è l'unica testimonianza del recente passato offuscata dal "costruttivismo" del secondo dopoguerra. Altre testimonianze si trovano nelle stesse condizioni, alcune in condizioni anche peggiori, come la casa del custode dell'Istituto di Incremento Ippico. Nei pressi della villa comunale, lungo il corso Ugo de Carolis, o in Via Mazzocchi, ci sono altri pregevoli esempi che, fortunatamente, hanno avuto sorte migliore visto che si trovano nel centro storico, in cortina con altri edifici di pregevole fattura.
domenica 11 ottobre 2009
Ci siamo persi i classici
Parlavo con un collega, mentre andavamo all'università in macchina, di manga e di tutte le cose curiose che vi accadono. Fra queste l'immancabile scena ai bagni pubblici. Ragionavamo sulla tradizione millenaria del bagno pubblico giapponese, luogo nel quale ci si andava a lavare quando in casa non c'era ancora l'acqua corrente e contemporaneamente si intrattenevano affari e relazioni, e nel quale ancora oggi ci si va quando in casa viene a mancare l'acqua o semplicemente per incontrare amici o rilassarsi. In quel momento dissi: "In Italia non c'è questa tradizione". Avemmo un "tilt" simultaneo: i Romani sono stati gli inventori delle terme nel mondo occidentale, ma noi abbiamo perso questa tradizione. Quelle che oggi vengono chiamate terme sono luoghi di cura, non bagni pubblici. Ed a proposito di bagni pubblici, i Romani hanno anche inventato i "Vespasiani", le latrine pubbliche che sempre di meno si vedono nelle nostre città moderne. Vogliamo parlare dell'indissolubilità del mens sana in corpore sano? Quante scuole in Italia uniscono sport (quello vero, fatto di ginnastica e gioco) e studio come facevano nell'antica Roma? Dobbiamo accontentarci di ammirare le scuole americane che non hanno fatto altro che fare tesoro della cultura classica. I luoghi di incontro come il Foro o la Basilica oggi sono praticamente scomparsi oppure sostituiti da centri commerciali o luoghi non costruiti con questo scopo (una bella eccezione è rappresentata dalla piazza intorno al monumento ai Caduti in Guerra di Caserta).
Non so spiegarmi il perché di questo oblìo. Sarà stato il Medioevo che ha cambiato indirettamente il nostro stile di vita, resta il fatto che la perdita dei classici rappresenta una grossa lacuna nella nostra tradizione
Non so spiegarmi il perché di questo oblìo. Sarà stato il Medioevo che ha cambiato indirettamente il nostro stile di vita, resta il fatto che la perdita dei classici rappresenta una grossa lacuna nella nostra tradizione
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