lunedì 16 maggio 2011

Thesis|Tesi

Nasce oggi una nuova rubrica, un diario di viaggio o una raccolta di appunti, riguardante la realizzazione della mia tesi di laurea.
Non so bene il motivo che mi ha spinto a parlare della realizzazione della mia tesi, non so se qualcun altro lo ha già fatto prima o è un argomento abbastanza comune. So solo che ne voglio parlare, voglio analizzare il processo creativo e rileggerlo fra qualche tempo. Avrei potuto farlo in proprio, ma non mi andava di condividere con me stesso le mie impressioni che peraltro penso di conoscere.
Sarò puntuale con i post che potranno essere lunghi o brevi, riflessivi o didascalici, filosofici o pragmatici, sereni o frustrati. Ci saranno testi, articoli, pensieri, foto, immagini, disegni, schizzi. Insomma, tutto quello che penso o che mi accadrà sarà online, possibilmente senza filtri (quelli consci non ci saranno, ho paura per quelli inconsci).
Per questo motivo ho realizzato una pagina che farà da indice/sommario dei post che man mano si svilupperanno.

martedì 26 aprile 2011

Outlet o 'a toilette

Ho visitato il "Reggia Designer Outlet" di Marcianise (CE), costruito a cavallo dell'A1 che purtroppo fa da cesoia con il centro commerciale Campania dall'altro lato, e della zona ASI dove sono presenti anche IlTarì ed il Polo della Qualità (attenzione: parte un fastidiosissimo quanto incontrollabile audio nazional-popolare sulla qualità del polo della qualità), la cui cesoia, in questo caso, è rappresentata dall'ex-SS87 Sannitica, ingominiosamente costruita trecento anni fa, con tutto lo spazio che c'era all'epoca, proprio in questa zona.
Come descrivere con poche parole il finto (non il falso)? Disneyland? No, perché a Orlando si è trattato di dare forma materica a fantasie della mente. Nel nostro caso, invece, non c'è fantasia, ma la ponderata realizzazione di un autentico falso non imitativo, un aggregato di forme e stilemi senza un filo logico, volto solo a creare, nelle fantasie dei visitatori, un mondo inesistente e mai esistito. Si entra attraversando, sia lato Nord, sia lato Sud, un portale con timpano, su una facciata ad archi nel "registro" inferiore e finestre "settecentesche" su quello superiore e sulla trabeazione è scritto l'anno: AD MDCCCXIV... All'interno: finte piazze "all'italiana", finti portici con falsi archi a sesto ribassato o tutto sesto quando i pilastri veri anch'essi rivestiti a formare pilastri finti sono troppo distanti o abbastanza vicini, finti viali, finte case i cui piani superiori presentano finte logge o finti balconi con persiane chiuse perché questi piani sono finti, finti decori fatti in finto stucco o gessolino visto che sono dipinti sulle pareti con un discutibile effetto rilievo, finti patii con coperture in legno in stile brico (quando mai esistiti al vero) che però sono irraggiungibili perché servono da scenografia, ma soprattutto, false buche pontaie diventate false colombaie per falsi uccelli di plastica in stile "richiamo per uccelli da cacciatore professionista", un falso viale con due false facciate ad imitare due falsi teatri come è possibile vedere in molte città italiane soprattutto del Nord. All'interno dei negozi, questi veri, ci sono veri prezzi per vera merce e vero commercio per veri intenditori che desiderano acquistare un capo firmato a prezzo più basso (questa volta, veramente più basso).
Le uniche preoccupazioni della politica di questo territorio sono quelle dell'occupazione. Nessuno osa chiedersi come, in un territorio come quello della provincia di Caserta, ad alto contenuto di criminalità organizzata, riescano a sorgere due grossi centri commerciali addirittura sul territorio di uno e un solo comune (tralasciando gli altri dieci-quindici, nel raggio di 30 km), e se esista una clientela tale da giustificare economicamente un investimento simile fatto a discapito di territorio agricolo (grazie al colpo di genio degli accordi di programma che vanno automaticamente in variante ai PRG). Non è ingenuità, è convenienza. Non fa niente che gli investimenti puzzino di camorra da appestare più di Ferrandelle, l'importante è che ce sta 'a fatica, cioè quel consenso popolare del quale sono ghiotti e sempre in crisi di astinenza politici & malavita. Tra l'altro l'outlet è talmente importante nella storia dell'umanità che è previsto perfino un bus-navetta che con due corse andata e ritorno lo collega addirittura al centro di Napoli!
Eppure le "intenzioni" della società erano più che onorevoli: "un progetto la cui realizzazione ha visto un forte impegno verso tutti i temi sociali più importanti, dall’ambiente all’occupazione" (Progress on line), ma si può parlare di ambiente perché i tetti di questi scatoloni di vuota edilizia sono ricoperti di pannelli solari, ma costruiti praticamente su un'autostrada e che su questo territorio è un cazzotto sotto lo sterno? Si può parlare di temi sociali quando, per vendere, si prende per i fondelli la gente (che si fa prendere per i fondelli), offrendo uno spettacolo di edilizia vuota e priva di alcun senso? E la gente, può mai comprendere la differenza fra architettura, edilizia ed il nulla se considera quel luogo un capolavoro (testimonianze dirette)? Può mai prendere piede in Italia l'idea di un'architettura di qualità? Lascio alcuni link, in ordine cronologico, ad articoli sul Nostro, tutti dalla stessa testata, Casertaweb, solo perché presente sul territorio:
1. Nel 2010 apre il Designer Outlet;
2. "La Reggia Designer Outlet" a Marcianise;
3. 6000 candidature per Outlet La Reggia;
4. IDV, perplessità per outlet La Reggia

giovedì 21 aprile 2011

Pensieri indotti

Per fare un tavolo
ci vuole il legno
per fare il legno
ci vuole l'albero
per fare l'albero
ci vuole il seme
...
Il mio meccanico aveva un'auto in riparazione con il motore completamente smontato, pezzo a pezzo. Tutto il materiale era ordinatamente disposto a terra, su dei teli: monoblocco, pistoni, bronzine, albero a camme, cinghie, viti, bulloni, dadi, molle, ruote dentate, paraolio, guarnizioni, radiatore, vaschetta dell'acqua, cambio e ancora viti, lunghe e corte, una moltitudine di viti ed ancora altri piccoli pezzi dei quali ignoro l'utilità e soprattutto ignoravo l'esistenza. Ogni elemento formava dei piccoli gruppetti accostati al pezzo più grande dal quale era stato smontato come, ad esempio, una sorta di contenitore quadrangolare sagomato all'interno, probabilmente la coppa dell'olio che era posato vicino al monoblocco. Tutto era in ordine di smontaggio e di sequenza di montaggio. Mai avrei immaginato che il motore di un'automobile potesse avere tanti elementi minuti per una quantità tutto sommato non eccessiva di elementi per così dire, grandi. Un grosso indotto: quello che fabbrica le viti, quello che fabbrica le rondelle, quello che fabbrica i paraolio, quello che fabbrica le guarniziioni da mettere fra la rondella e la testa della vite o del dado che qualcun altro ha a sua volta costruito. Sembra un'esagerazione eppure ogni azienda è specializzata nel suo piccolo prodotto che deve essere certificato di qualità e soprattutto funzionare ed essere funzionale davvero. Se una vite si piegasse o si torcesse durante l'uso, manderebbe in frantumi l'intero motore; se un dado si sfilasse o un paraolio si spaccasse per l'eccesso di vibrazioni o di calore, rischierebbe seriamente di mandare in fusione tutto il sistema, così come accaduto a quell'auto (fasce elastiche completamente consumate per poco olio e ritardato cambio, pistoni espansi nei cilindri, motore crippato, bronzine al creatore, ecc.).
Come si rapporta tutto questo all'architettura? Non lo so, è meccanica, neanche design, eppure immaginare le tante mani che occorrono alla realizzazione di un disegno che è progetto, mi ha fatto riflettere e mi ha indotto a pubblicare questo post.

mercoledì 2 marzo 2011

Mastu Lisandro

Mastu Lisandro (Mastro Alessandro) è il muratore/capo muratore/impresario che ha materialmente lavorato al cantiere di ristrutturazione post-terremoto '80 dell'abitazione di una mia zia. Era "bravo Mastu Lisandro! Ce ne mette di cementa Mastu Lisandro!" (su possenti mura di tufo del '700, coeve della Reggia, anzi costruite per ospitare i giardinieri del Giardino all'inglese...). Le lodi si sprecavano ed era perfettamente inutile cercare di far capire a mia zia che se Mastu Lisandro metteva "tanta cementa" era perché si doveva fare così, perché qualcuno aveva calcolato così. Ma lei niente. Mastu Lisandro era quello che era: un genio! Disse che una volta gli aveva chiesto di metterne di più perché le sembrava che l'ingegnere fosse stato troppo parco e che lei voleva la casa sicura. Mastu Lisandro, da buon genio, ne mise di più perché gli ingegneri non ne capiscono niente. Il tapino che scrive questo post, più volte ha tentato invano di far capire alla germana del proprio genitore che "metterne di più" motu proprio non vuol dire per forza più sicurezza, anzi potrebbe essere l'esatto contrario. Nulla da fare, Mastu Lisandro era quello che era: un genio! Anche alla fine dei lavori, a Mastu Lisandro ha fatto il regalino, all'ingegnere un bel grazie ed era quest'ultimo che si era preso troppo, non Mastu Lisandro.
Oggi: la casa è piena di infiltrazioni e di umidità perché Mastu Lisandro, da genio qual'era, non ha messo un filo di guaina da nessuna parte perché con "tanta cementa, che acqua può mai scendere?". Guaina addirittura assente sul tetto piano di un locale ricavato da una stalluccia. Stavolta la colpa era dell'ingegnere perché non ce l'aveva fatta mettere, non di Mastu Lisandro che si era fottuto i soldi di quella che sul computo esisteva. Mia zia stessa implorò Mastu Lisandro di "venire a farle il piacere di mettere la guaina" e lui, da genio buono, andò e mise la guaina, ma povero furbetto, senza sormonti. Lo feci presente a mia zia, ma ancora e sempre: niente da fare, Mastu Lisandro era quello che era: un genio! Così, Mastu Lisandro si fece pagare gli interventi di rappezzamento successivi perché era l'ingegnere che non aveva saputo progettare, mica era colpa sua!
Il Lettore attento dirà: e la direzione lavori? Era ammanicato con Mastu Lisandro.

martedì 25 gennaio 2011

Anno nuovo, abito nuovo

Eh, si, dopo due anni ho finalmente deciso di cambiare abito... ma non ci ho trovato "l'impensabile".
La decisione è maturata dopo che sono stato invitato a partecipare al NIBA, Network Italiano dei Blog di Architettura da parte di Salvatore D'Agostino. Il network, ideato da Alessandra Ferorelli, laureanda come il sottoscritto, si propone di creare "un connettore di blog, per aiutare i blogger di architettura italiani (e non) a tenersi meglio aggiornati sulle loro attività". Tante discussioni interessanti, seppur in un "contenitore" così giovane, mi hanno portato a riflettere parecchio sul mestiere e sull'architettura. Sono allora tornato sul mio blog e l'ho trovato "vecchio". Già sentivo il peso della "cyber-senilità", ma la lettura delle impressioni dei partecipanti al network, che non è a numero chiuso, sui blog di architettura, mi hanno convinto a vestire il mio con abiti più "moderni", almeno in qualche modo più vicini al mio pensiero architettonico. Ecco perché questo sfondo (di un tema di Blogger...), casualmente facente parte della categoria "Viaggi", ma assolutamente pertinente ad un nuovo "tema" del blog, quello, appunto dei viaggi, intesi come visita (guardare, ascoltare, percepire). Qualcosa di nuovo arriverà fra qualche settimana, una piccola novità sotto forma di rubrica, idea spudoratamente scopiazzata dal bel blog di Salvatore D'Agostino.

venerdì 29 ottobre 2010

"Pipol mit in architectur"

In realtà parlerò del solo padiglione italiano.
"AILATI riflessi dal futuro", curato da Luca Molinari, il tanto bistrattato e deplorato padiglione italiano già immediatamente dopo l'annuncio della designazione del curatore e prima ancora che lo stesso raccogliesse le idee sul da farsi, se non è quello che ha centrato il tema della Biennale, è senz'altro fra quelli, insieme all'olandese (Vacant NL where architecture meets ideas), belga (Usus/Usures), spagnolo (Architecture whithin limits), dei paesi nordici (Stay in touch) e finlandese (Schools) nel padiglione Alvar Aalto, che più si è avvicinato al tema della Biennale. Forse per la prima volta non sono state esposte proposte di quello che potrebbe essere, o quello che si ritiene giusto debba essere (vedi Vema...). Stavolta sono stati presentati progetti e proposte concrete, in discussione o già in corso d'opera (c'è un'apposita sotto sezione). Questa volta davvero la gente comune ha potuto avvicinarsi all'architettura attraverso un discorso mediato, ma comprensibile. Ci sono plastici, immagini, video e audio (quest'ultimo, a dire il vero, in un caso davvero noioso) che mostrano quello che si è fatto o quello che si sta facendo, su come utilizzare i beni sequestrati alle mafie, come costruire qualità a meno di 1000 €/mq, come si trasforma la città contemporanea. Insomma è proposta architettura per l'uomo dove l'uomo non deve fare voli pindarici con l'immaginazione per comprendere un simbolo, ma dove il simbolo è volutamente poco intimo e molto pratico.
Forse è questo che ha fatto rizzare i capelli ai puristi della lingua architettonica, ma forse è proprio la retorica del "bel dire" che ha allontanato il fine ultimo dell'architettura, cioè l'uomo, dall'architettura stessa, forse è proprio questa retorica a permettere ad urlatori da palcoscenico di dire che gli architetti non capiscono niente (e, detto fra noi, se si continua sulla linea del "bello snob", forse ha ragione l'urlatore), forse è questa retorica che non fa distinguere alla gente comune l'edilizia con l'architettura accusando, i più istruiti, LeCorbusier di peccati che non ha commesso, ed è la stessa retorica che ha cristallizzato il discorso di molta critica.
L'Italia è indietro su molte cose e la volontà di non voler vedere avanti è la peggiore minaccia. Sarebbe ora di finirla con le critiche pregiudiziali e le invidie sociali, perché non servono a nulla se non ad acuire il proprio astio personale. Occorre costruire proposte concrete, progettare architettura pensando all'uomo, comprenderne le esigenze e tradurle in spazio. Occorre vedere dentro l'architettura non fuori ed il dialogo "ailati" è proprio quello che ha tentato di fare: vedere intorno per guardare dentro.

domenica 29 agosto 2010

Questione di gesti...

Lo spunto per questo post mi è stato dato dal filmato del concorso internazionale "Miss Deaf" (Miss sordomuta), pubblicato da Anny Tronco, stilista ed artista pop-art casertana, che degli abiti indossati dalle modelle è la disegnatrice. Per una volta mi sono visto appartenere a quella minoranza udente per la quale erano stati predisposti, non in vista, due "traduttori" della lingua dei segni. Se non fosse stato per quelle due voci, sarei stato impossibilitato a capire cosa dicevano i presentatori e le modelle, un po' quello che accade quotidianamente ai non udenti (e non vedenti) nelle nostre città. E qui ritorna un mio vecchio post nel quale parlo dei problemi direttamente derivanti da un progetto architettonico non pensato per l'uomo, ma per un certo tipo di uomo, come per il Ponte della Costituzione di Calatrava che, per stessa ammissione dell'architetto, non era stato pensato per i disabili in carrozzella in quanto la prima idea era quella di realizzare dei piccoli gradini continuando la tipologia dei ponti veneziani sul Canal Grande (che, per la verità, hanno dei gradini). Il fatto è che nel 2000 (il progetto risale al 1998...) non si può più pensare ad un progetto destinato ad una parte dell'umanità e né si può pensare in termini di percentuale maggiore di "normodotati" contro "disabili". Le città e, di conseguenza, le architetture, vengono vissute, percepite, anche diversamente dall'individuo, ma questa diversità non può dipendere solo da un handicap più o meno grave e soprattutto non dev'essere un ostacolo, spesso discriminatorio. C'è ancora e, temo, ci sarà ancora per parecchio tempo, soprattutto in Italia dove il ritardo culturale sempre più regresso porta ad acquisire i cambiamenti culturali con anni di ritardo, l'abitudine a progettare ingressi con scale e rampe per i disabili che spesso devono percorre molta più strada per trovarsi allo stesso livello degli "altri", l'abitudine ad affidare esclusivamente ai colori determinate informazioni, con buona pace dei daltonici (utilizzo apposta una categoria di disabilità meno invalidante rispetto agli ipovedenti o ai non vedenti) che non saprebbero scegliere fra una ipotetica "Sala Rossa" ed una "Sala Verde", oppure esclusivamente ai suoni (campanelli, citofoni, ecc.). Fare Architettura vuol dire progettare per l'Uomo. E' così che, a distanza di anni dal progetto iniziale (1972), il liceo Ariosto di Ferrara progettato da  Melograni, ha superato brillantemente la "prova" della normativa per l'abbattimento delle barriere architettoniche ed a tutt'oggi risulta essere molto vissuto dagli studenti e percepito non soltanto come luogo di studio, ma anche come luogo di socializzazione, funzione primaria che dovrebbe avere l'istruzione.
A qualcuno può sembrare strano che ne stia parlando, addirittura banale o fuori luogo, ma nelle facoltà di architettura questo argomento, quando non è proprio affrontato, è visto come una parte necessaria, non una parte integrante del corso di studi, tralasciando il problema della vivibilità e della percezione, in un secondo stadio del "pensiero" progettuale con tutte le ovvie conseguenze derivanti.