Architettura e (anche) Fotografia vs. Fotografia e (anche) Architettura
giovedì 11 aprile 2013
Progettare per chi va in tram
Prendendo spunto da un breve corsivo di Edoardo Persico, Carlo Melograni così intitola un 'piccolo prontuario' sul mestiere di architetto edito da Bruno Mondadori nel 2002. Un testo breve, scorrevole, pratico da leggere, nel quale sono contenuti i bilanci, non per forza negativi e fallimentari, del Movimento Moderno. Attraverso la sua esperienza di architetto, tra teoria e pratica, Melograni spiega come quello dell'architetto sia un mestiere chiamato a contribuire a migliorare le condizioni dell'abitare, non tanto per una classe d'élite che, tutto sommato, potendo far leva su un benessere economico più che elevato, può formare sui propri bisogni, la casa in cui vive, ma su quello 'strato' di popolazione, sempre più numeroso, che non ne ha le possibilità se non limitate alla diversa disposizione dell'arredo o al riutilizzo di spazi accessori per meglio riporre le proprie cose e vivere dignitosamente. Questi sono i viaggiatori in tram (in questo senso ne auspico, personalmente, un maggiore utilizzo, in sostituzione dell'automobile), studenti, operai, impiegati, aggiungo io, piccoli negozianti e artigiani, per i quali gli architetti, secondo una prassi positivista che vedo ancora attuale, prepareranno le case, ma anche gli uffici, i negozi, le botteghe, i luoghi dell'istruzione. Portare avanti queste idee in un tempo in così rapida trasformazioni, nel quale, spesso, i mesi si riducono in settimane, non è cosa facile, ma non è impossibile. Melograni suggerisce allora una possibile soluzione, un 'adagio' oggi spesso criticato di obsolescenza: dal cucchiaio alla città. Non una forma di pan-architettura, nella quale l'architetto progetta la città intera fino a scendere nel dettaglio più infinitesimo che è il cucchiaio da cucina, ma l'approccio del disegno industriale nel quale l'oggetto ha la sua bellezza nella forma della sua funzione: appunto il cucchiaio con la forma concava dell'incavo per meglio adattarsi all'anatomia della bocca, agevolata dal manico leggermente curvo. Così in architettura si dovrebbe badare alla funzione dei vari elementi dell'edificio per meglio adattarsi ai bisogni dell'essere umano che vi abiterà per poche ore al giorno o per tutto il giorno, per facilitare il riposo, la lettura, lo studio, il lavoro, la vita famigliare o lavorativa, dove la forma è modellata sull'uso. Allo stesso modo del disegno industriale, ma con la sensibilità di adattarne il disegno al luogo e, non ultime, alle normative, anche in architettura le soluzioni trovate in precedenza, possono essere riutilizzate, senza effettuarne copia conforme, ma studiandone a fondo i contenuti per riscoprirli e reinventarli, in un gioco nient'affatto superficiale. Una progettazione per elementi componibili dove la fredda serialità commerciale è sostituita dall'economia della progettazione. Queste però, come dice lo stesso Melograni, "sono armi a doppio taglio, capaci di produrre effetti positivi e negativi. Farne buon uso è responsabilità di chi progetta. Anche per l'architetto si pongono scelte in alternativa tra modernità e modernizzazione".
mercoledì 27 febbraio 2013
Abilitato: e ora?
A giochi fatti (l'abilitazione è ormai in tasca benché indossi un paio di calzoni che ne è privo) è giunto il momento di chiedermi che architetto sarò e, soprattutto, se sarò realmente un architetto. I titoli fanno il professionista, secondo le norme italiane, ma non donano automaticamente la sapienza del mestiere e soprattutto non dicono nulla sul suo pensiero, sulle sue inclinazioni, sulla sua cultura, sulla sua sensibilità.
Il mio pensiero ricorrente, formatosi negli anni in cui mi occupavo di programmazione web, precisamente di usabilità e accessibilità dei siti, quando la legge Stanca non esisteva ancora, è che l'architettura (all'epoca il sito web) deve essere accessibile a tutti, qualsiasi disabilità egli abbia, concetto che ho dichiarato per la prima volta in sede di discussione tesi. Proprio per dare a chiunque la possibilità di 'usare' l'architettura, è necessario che il progetto nasca già con l'idea di base che chiunque se ne possa servire liberamente. Sembra banale, ma in troppi edifici, anche di nuova progettazione dove la legge sull'abbattimento delle barriere architettoniche non è un valore aggiunto, ma un vincolo necessario all'approvazione amministrativa, si vedono rampe per disabili relegate negli angoli o raggiungibili con il doppio del cammino, questo perché si considerano utilizzabili solo da chi sta in carrozzella, quando invece è molto più probabile che la utilizzi un anziano con il bastone o un un bel giovane con una gamba rotta e le stampelle. Ed accade anche quando si tengono in secondo piano coloro ai quali è indirizzata l'opera rispetto alla valenza formale ed estetica e si realizzano scaloni per superare grandi altezze, relegando gli ascensori in un angolo nascosto, quasi a voler celare una situazione fisica che si crede imbarazzante. Il concetto di 'rete-umana' e di 'web-accessibility' è stato alla base del progetto di tesi: non vuole essere una mera autocitazione, ma un riprendere le fila di un discorso in embrione.
L'architettura deve 'servire', deve essere 'utile' e deve 'funzionare'. Il funzionalismo cieco degli anni '60 teneva in considerazione solo l'ultimo di questi aspetti ed i risultati erano già sotto gli occhi di tutti e sono diventati drammatici nel corso degli anni. Un esempio che mi viene al momento è quello della stazione ferroviaria di Napoli Centrale: un poligono irregolare gettato in una piazza, funzionale solo a se stesso - come stazione ferroviaria appunto - cupo e desolato. Nel corso degli anni ha subito delle integrazioni, ma solo negli ultimi dieci anni sta cercando di entrare di più nella città, riscattandosi dal ruolo primigenio di confine fra dentro-Napoli e fuori-Napoli.
A chi serve l'architettura? A chi la utilizza prima di tutto, sempre che funzioni. Ancora la stazione di Napoli può essere presa ad esempio. Prima dei lavori di ammodernamento, in stazione si andava esclusivamente per prendere il treno. Era un passaggio rapido dal marciapiede di Piazza Garibaldi (dentro-Napoli) al marciapiede del binario (fuori-Napoli), giocando il solo ruolo di intermediario fra la situazione di pedone e quella di passeggero. Chi serve? La risposta non è unica: serve chi la richiede (prendere il treno), chi non l'ha richiesta (non prendere il treno) e chi l'avrebbe richiesta (prenderebbe il treno). In definitiva serve i passeggeri, ma serve o deve servire anche chi il treno non deve prenderlo.
Infine, l'architettura è utile quando 'funziona' e 'serve' nel senso di servizio, ma anche di utilità. Un discorso ricorsivo apparentemente banale, ma basti pensare a cosa possa essere la stazione di Napoli se funzionasse a dovere, servisse alla grande, ma fosse inutile perché nessuno prendesse il treno, preferendo altri mezzi di trasporto o perché altre stazioni già assolvono egregiamente il loro compito e la Centrale fosse solo un sovrappiù. Utile è anche quando non è solo un passaggio, ma un luogo di incontro, di sosta o di meta finale. Librerie, servizi, esposizioni, installazioni, spazi per concerti, luoghi di riunione, sono solo una parte delle numerose possibilità che può offrire un'architettura pensata e realizzata per soddisfare altri bisogni. Nel caso della stazione, poi, l'incontro breve o il semplice passaggio, può essere facilitato dai servizi esistenti (bar, ma anche sale di incontro/discussione/attesa). Non un semplice luogo di passaggio quindi, ma di piena vitalità urbana.
Questa è solo una prima base del mio pensiero sull'architettura che è ancora in costruzione, basato già su alcuni punti fermi. Mi tocca costruirci intorno un discorso per il quale sto già cercando i vocaboli giusti.
P.S.
Ammetto di essere 'vagamente' vitruviano
Il mio pensiero ricorrente, formatosi negli anni in cui mi occupavo di programmazione web, precisamente di usabilità e accessibilità dei siti, quando la legge Stanca non esisteva ancora, è che l'architettura (all'epoca il sito web) deve essere accessibile a tutti, qualsiasi disabilità egli abbia, concetto che ho dichiarato per la prima volta in sede di discussione tesi. Proprio per dare a chiunque la possibilità di 'usare' l'architettura, è necessario che il progetto nasca già con l'idea di base che chiunque se ne possa servire liberamente. Sembra banale, ma in troppi edifici, anche di nuova progettazione dove la legge sull'abbattimento delle barriere architettoniche non è un valore aggiunto, ma un vincolo necessario all'approvazione amministrativa, si vedono rampe per disabili relegate negli angoli o raggiungibili con il doppio del cammino, questo perché si considerano utilizzabili solo da chi sta in carrozzella, quando invece è molto più probabile che la utilizzi un anziano con il bastone o un un bel giovane con una gamba rotta e le stampelle. Ed accade anche quando si tengono in secondo piano coloro ai quali è indirizzata l'opera rispetto alla valenza formale ed estetica e si realizzano scaloni per superare grandi altezze, relegando gli ascensori in un angolo nascosto, quasi a voler celare una situazione fisica che si crede imbarazzante. Il concetto di 'rete-umana' e di 'web-accessibility' è stato alla base del progetto di tesi: non vuole essere una mera autocitazione, ma un riprendere le fila di un discorso in embrione.
L'architettura deve 'servire', deve essere 'utile' e deve 'funzionare'. Il funzionalismo cieco degli anni '60 teneva in considerazione solo l'ultimo di questi aspetti ed i risultati erano già sotto gli occhi di tutti e sono diventati drammatici nel corso degli anni. Un esempio che mi viene al momento è quello della stazione ferroviaria di Napoli Centrale: un poligono irregolare gettato in una piazza, funzionale solo a se stesso - come stazione ferroviaria appunto - cupo e desolato. Nel corso degli anni ha subito delle integrazioni, ma solo negli ultimi dieci anni sta cercando di entrare di più nella città, riscattandosi dal ruolo primigenio di confine fra dentro-Napoli e fuori-Napoli.
A chi serve l'architettura? A chi la utilizza prima di tutto, sempre che funzioni. Ancora la stazione di Napoli può essere presa ad esempio. Prima dei lavori di ammodernamento, in stazione si andava esclusivamente per prendere il treno. Era un passaggio rapido dal marciapiede di Piazza Garibaldi (dentro-Napoli) al marciapiede del binario (fuori-Napoli), giocando il solo ruolo di intermediario fra la situazione di pedone e quella di passeggero. Chi serve? La risposta non è unica: serve chi la richiede (prendere il treno), chi non l'ha richiesta (non prendere il treno) e chi l'avrebbe richiesta (prenderebbe il treno). In definitiva serve i passeggeri, ma serve o deve servire anche chi il treno non deve prenderlo.
Infine, l'architettura è utile quando 'funziona' e 'serve' nel senso di servizio, ma anche di utilità. Un discorso ricorsivo apparentemente banale, ma basti pensare a cosa possa essere la stazione di Napoli se funzionasse a dovere, servisse alla grande, ma fosse inutile perché nessuno prendesse il treno, preferendo altri mezzi di trasporto o perché altre stazioni già assolvono egregiamente il loro compito e la Centrale fosse solo un sovrappiù. Utile è anche quando non è solo un passaggio, ma un luogo di incontro, di sosta o di meta finale. Librerie, servizi, esposizioni, installazioni, spazi per concerti, luoghi di riunione, sono solo una parte delle numerose possibilità che può offrire un'architettura pensata e realizzata per soddisfare altri bisogni. Nel caso della stazione, poi, l'incontro breve o il semplice passaggio, può essere facilitato dai servizi esistenti (bar, ma anche sale di incontro/discussione/attesa). Non un semplice luogo di passaggio quindi, ma di piena vitalità urbana.
Questa è solo una prima base del mio pensiero sull'architettura che è ancora in costruzione, basato già su alcuni punti fermi. Mi tocca costruirci intorno un discorso per il quale sto già cercando i vocaboli giusti.
P.S.
Ammetto di essere 'vagamente' vitruviano
giovedì 3 gennaio 2013
Apro la finestra per cambiare l'aria
Rileggendo i vecchi post, ho notato un filo di discussione continuo. L'idea di base del, per così dire, 'vecchio blog', era quella di parlare dei problemi dell'università italiana, in particolare della facoltà che ho frequentato. Mi sono accorto che così non è stato, anzi, lo è stato poche volte, solo all'inizio. In realtà ho sempre parlato di architettura ponendomi dubbi e cercando di darmi risposte andandomele a cercare nelle letture, partecipando alle discussioni, confrontandomi con i colleghi all'università, chiedendo ai docenti. Ho deciso di continuare il discorso su questo blog senza chiuderlo per aprirne un altro, perché il mio discorso sull'architettura è più vecchio del blog stesso, nato poco prima dell'iscrizione all'università e non poteva fermarsi con la proclamazione.
Allora perché il sottotitolo 'Un architetto che parla anche di architettura?!'? Perché oggi gli architetti non ne parlano ed, essendo numericamente tantissimi, è come se non ne parlasse nessuno. Perché l'architettura, sia essa ottima, buona, mediocre, pessima o semplicemente edilizia, è inevitabile. Perché, soprattutto, l'architettura non si nutre di se stessa, non è, per sua natura, cannibale. Tanti sono gli influssi, le suggestioni, le conoscenze, i pensieri e le ideologie che la nutrono, che concorrono, cioè, a formare il pensiero dell'architetto. Perché l'architettura può essere un gesto umile o presuntuoso, pretestuoso o discreto, culturalmente elevato o infimo e i gesti non sono fatti a sé stanti, ma derivano dalla cultura e dalla sensibilità del singolo che può essere più o meno arricchita a seconda della disponibilità ad accettare di porsi nuove domande cercando ancora più nuove risposte.
Non parlerò, quindi, solo di architettura, ma anche di altri 'fatti', prenderò spunto dalla critica, dalla storia, dall'attualità architettonica, dalla pratica edilizia, dalle notizie giornalistiche, dall'arte, dal design, dal cinema, dal caso. Cioè farò quello che facevo anche prima, sperando però di essere più presente, con la sola differenza che adesso l'ho dichiarato apertamente.
Allora perché il sottotitolo 'Un architetto che parla anche di architettura?!'? Perché oggi gli architetti non ne parlano ed, essendo numericamente tantissimi, è come se non ne parlasse nessuno. Perché l'architettura, sia essa ottima, buona, mediocre, pessima o semplicemente edilizia, è inevitabile. Perché, soprattutto, l'architettura non si nutre di se stessa, non è, per sua natura, cannibale. Tanti sono gli influssi, le suggestioni, le conoscenze, i pensieri e le ideologie che la nutrono, che concorrono, cioè, a formare il pensiero dell'architetto. Perché l'architettura può essere un gesto umile o presuntuoso, pretestuoso o discreto, culturalmente elevato o infimo e i gesti non sono fatti a sé stanti, ma derivano dalla cultura e dalla sensibilità del singolo che può essere più o meno arricchita a seconda della disponibilità ad accettare di porsi nuove domande cercando ancora più nuove risposte.
Non parlerò, quindi, solo di architettura, ma anche di altri 'fatti', prenderò spunto dalla critica, dalla storia, dall'attualità architettonica, dalla pratica edilizia, dalle notizie giornalistiche, dall'arte, dal design, dal cinema, dal caso. Cioè farò quello che facevo anche prima, sperando però di essere più presente, con la sola differenza che adesso l'ho dichiarato apertamente.
giovedì 8 novembre 2012
011) Fuori discussione
Il 24 ottobre scorso ho finalmente discusso la mia tesi. Diversamente da quanto sembrasse all'inizio, anche a causa della proposta, non accettata, in extremis (cinque giorni prima), del relatore di procrastinare la discussione a dicembre, il risultato finale è andato oltre le aspettative: il massimo dei punti (7) con un punto in più concesso dalla commissione.
Ho atteso una settimana o poco più per scrivere questo post che è l'ultimo dell'era da studente e non so come continuare e se continuare con questo blog perché nato espressamente come sfogo alla vita universitaria e poi è "scivolato" sull'architettura. La prima esperienza progettuale, sebbene per una tesi di laurea, ma con intenzioni realistiche ben individuata nel territorio, mi ha permesso di elaborare alcuni concetti, espressi già nelle intenzioni dei primi post di questa rubrica, verificandone l'applicabilità ed i risultati. Sebbene non inseriti, la momento, nel lavoro finale, restano presenti nel progetto vero e proprio che, pur non essendo stato reso pubblico, è alla base della tesi. I percorsi loges con indicazioni in rilievo e Braille, il centro per il bike-sharing, le sedute sparse per la passeggiata con possibilità di raccoglimento o socializzazione, l'illuminazione discreta, le passerelle-terrazzo e la nuova passerella ciclo-pedonale, pensati, ma non ancora progettati, attendono che vi metta mano, prima o poi, per completare il pensiero progettuale.
Ma ho atteso anche perché, ormai scarico di tensioni, ho pensato a rilassarmi riprendendo i vecchi videogame accantonati per la preparazione della tesi che non mi permetteva un minuto di rilassamento e non riuscivo a riprendere in mano il "discorso", per così dire, conclusivo.
Ora mi attende la prima prova dell'esame di abilitazione il prossimo 20 novembre. Dunque è finito un ciclo, o forse continua, non nell'università, ma nella ricerca. Un nuovo punto d'inizio dal quale partire, ma non so se ancora su questo blog o su un blog.
Immagine del masterplan
Ho atteso una settimana o poco più per scrivere questo post che è l'ultimo dell'era da studente e non so come continuare e se continuare con questo blog perché nato espressamente come sfogo alla vita universitaria e poi è "scivolato" sull'architettura. La prima esperienza progettuale, sebbene per una tesi di laurea, ma con intenzioni realistiche ben individuata nel territorio, mi ha permesso di elaborare alcuni concetti, espressi già nelle intenzioni dei primi post di questa rubrica, verificandone l'applicabilità ed i risultati. Sebbene non inseriti, la momento, nel lavoro finale, restano presenti nel progetto vero e proprio che, pur non essendo stato reso pubblico, è alla base della tesi. I percorsi loges con indicazioni in rilievo e Braille, il centro per il bike-sharing, le sedute sparse per la passeggiata con possibilità di raccoglimento o socializzazione, l'illuminazione discreta, le passerelle-terrazzo e la nuova passerella ciclo-pedonale, pensati, ma non ancora progettati, attendono che vi metta mano, prima o poi, per completare il pensiero progettuale.
Ma ho atteso anche perché, ormai scarico di tensioni, ho pensato a rilassarmi riprendendo i vecchi videogame accantonati per la preparazione della tesi che non mi permetteva un minuto di rilassamento e non riuscivo a riprendere in mano il "discorso", per così dire, conclusivo.
Ora mi attende la prima prova dell'esame di abilitazione il prossimo 20 novembre. Dunque è finito un ciclo, o forse continua, non nell'università, ma nella ricerca. Un nuovo punto d'inizio dal quale partire, ma non so se ancora su questo blog o su un blog.
Immagine del masterplan
domenica 14 ottobre 2012
010) Correzione #3
Sono ormai allo stadio finale, in quella noiosa parte della preparazione quando si fa il possibile per ingannare il pubblico con belle immagini di quello che dovrebbe essere e invece sembra. Domani (15/10/2012 N.d.R.) si stampa e si consegna martedi. L'ultima fatica sarà la realizzazione della presentazione a schermo che accompagnerà la discussione della tesi: sei lunghi anni di studio, cinque mesi di preparazione della tesi concentrati in otto minuti nei quali, mentre io parlerò, la platea non capirà niente e la commissione sarà più o meno distratta. Dovrò mostrare il processo iniziato dallo studio del luogo e del territorio circostante, passando per l'idea, le bozze, gli schizzi, i disegni, le correzioni, i particolari tecnologici, le sistemazioni esterne, fino alla relazione finale. Dovrò farlo cercando di rendere visibile a schermo il processo del pensiero progettuale attraverso lo scorrere di immagini, schemi e disegni.
L'ultima fatica è stata la realizzazione del modello 3D che ha evidenziato, come ovvio, errori di calcolo nelle dimensioni di alcuni ambienti e degli spazi, risolti, fortunatamente, in pochi passaggi. Quello che è mancato è stato il coraggio di dare una forma più coerente con gli allineamenti urbani esistenti e con la morfologia del terreno, ma se nel secondo caso, mancando un serio rilievo topografico, le approssimazioni e le semplificazioni sono state quasi legittime, nel primo caso si è trattato di una vera e propria mancanza. E dire che un allineamento stradale mi aveva portato a pensare ad una sorta di cannocchiale ottico verso l'antica e scomparsa Porta S. Florido, fatto che, nel progetto di tesi, è in parte ovviato dalle superfici vetrate del bar/ristoro e del baby-park che guardano direttamente alla città. È stata un'occasione mancata. Semmai si arriverà alla progettazione esecutiva, così come blandamente lascia intuire il manifesto del Consulto, quello del cannocchiale ottico aperto alla città, sarà sicuramente un argomento di progetto, sempre che questo venga affidato al sottoscritto medesimo.
L'ultima fatica è stata la realizzazione del modello 3D che ha evidenziato, come ovvio, errori di calcolo nelle dimensioni di alcuni ambienti e degli spazi, risolti, fortunatamente, in pochi passaggi. Quello che è mancato è stato il coraggio di dare una forma più coerente con gli allineamenti urbani esistenti e con la morfologia del terreno, ma se nel secondo caso, mancando un serio rilievo topografico, le approssimazioni e le semplificazioni sono state quasi legittime, nel primo caso si è trattato di una vera e propria mancanza. E dire che un allineamento stradale mi aveva portato a pensare ad una sorta di cannocchiale ottico verso l'antica e scomparsa Porta S. Florido, fatto che, nel progetto di tesi, è in parte ovviato dalle superfici vetrate del bar/ristoro e del baby-park che guardano direttamente alla città. È stata un'occasione mancata. Semmai si arriverà alla progettazione esecutiva, così come blandamente lascia intuire il manifesto del Consulto, quello del cannocchiale ottico aperto alla città, sarà sicuramente un argomento di progetto, sempre che questo venga affidato al sottoscritto medesimo.
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mercoledì 26 settembre 2012
009) Correzione #2
Definite le forme. Un profilo allungato che va restringendosi dal lato sul fiume verso il terreno: rimesse per canoe e palestra con infermeria annessa. Vetrate sul fiume e sulla sponda opposta. Un secondo piano a livello stradale: sala ricevimenti, convegni, premiazioni, bar, ristorante o tutto insieme; area amministrativa e direttiva, biblioteca e aula didattica/proiezioni: il regno dell'associazione. Vetrate verso il fiume su un ballatoio protetto da brise-soleil. Nella piazza antistante oggi aiuola poco importante per l'economia urbana dell'area, un nuovo padiglione legato da sottili lingue di pavimento all'edificio principale: baby-park, ma anche asilo a supporto delle attività canoistiche e della città. Cotto, cemento, legno, vetro: i materiali principali del dialogo. Aree a verde per lo svago ed il pensiero e lo svago del pensiero e per il pensiero svagato. Il rumore dell'acqua come intima conversazione con la natura, modellata dall'uomo, ma che conserva la sua dignità di pluralità singolare.
Bisogna rappresentare il tutto con la cautela necessaria di un discorso senza parole, ma comprensibile in tutte le lingue.
Work in progress: una planimetria poco curata dell'insieme
Insegnamenti:
Bisogna rappresentare il tutto con la cautela necessaria di un discorso senza parole, ma comprensibile in tutte le lingue.
Work in progress: una planimetria poco curata dell'insieme
Insegnamenti:
- Estetica del paesaggio;
- Storia del giardino e del paesaggio;
- Rilievo urbano e ambientale;
- Progettazione ambientale;
- Storia della città e del territorio;
- Storia dell'Architettura contemporanea;
- Caratteri costruttivi dell'edilizia storica;
- Disegno dell'architettura;
- Tecnologia dell'Architettura;
- Progettazione architettonica e urbana;
- Laboratorio di Costruzione dell'Architettura.
mercoledì 5 settembre 2012
008) Correzione #1
In realtà sarebbe la seconda correzione, ma la prima la reputo semplicemente una discussione sui temi, una conferma ed uno start. Un "Via!" dai blocchi di partenza.
La forma è nata, ma la mia pudicizia ed il rispetto per le altrui sensibilità mi vietano di pubblicare immagini, almeno per il momento. Ho tentato di invadere il meno possibile lo spazio, cercando di seguire, assecondare e ridefinire le forme già esistenti, discernendo quelle naturali da quelle artificiali fino a quelle posticce, messe soltanto per definire un piano. All'interno dell'edificio sono previste le rimesse per le canoe, una palestra con sala voga, un'infermeria, uffici, spaccio o bar sociale, sala riunioni e, compatibilmente con gli spazi, una biblioteca. All'esterno gli scivoli per le canoe dalle rimesse all'acqua con relativo molo galleggiante, spalti ricavati dalla scarpata sul fiume, punti informativi, bike sharing, parcheggi "verdi". Nell'ottica della più ampia accessibilità e fruibilità, sono previsti fin da progetto rampe, percorsi loges e relativa segnaletica, sia tattile che acustica. Ci saranno anche le scale per chi non vorrà utilizzare le rampe.
Come dicevo già alcuni post fa (004 e 006), il mio intento di modificare il meno possibile i tracciati creati più o meno liberamente dai pedoni, dai podisti e dai ciclisti, ha trovato parziale accoglimento da parte del relatore. Parziale perché, in effetti, il disegno (e solo quello), dava l'idea di non progettato. Sarà necessaria una rettifica grafica, senza alterare il progetto di "non progettato". Devo necessariamente migliorare il disegno.
Il suggerimento del relatore è quello di "invadere" anche lo spazio, oggi destinato ad aiuola, mal progettata, quasi posticcia, attraverso un padiglione o una costola dell'edificio del centro canottaggio, così da avvicinarsi all'ingresso antico della città di Porta San Florido, in maniera anche da dare dignità ad uno spazio che appare oggi come un di più capitato lì in mezzo.
Dovrò lasciar perdere, una buona volta, la progettazione da geometra, cioè esclusivamente tecnica, badando più alla risoluzione immediata del problema piuttosto che a proporne una soluzione. A proposito di proporre, la parola chiave, presente anche nel bando del Consulto su Città di Castello, è stata "proposta": la tesi non deve essere risolutiva, ma propositiva. Proporre una soluzione, una delle tante, non quella definitiva, soprattutto nel mio caso nel quale i temi proposti hanno una corrispondenza con il reale e ne verrà valutata anche l'efficacia reale.
Insegnamenti:
La forma è nata, ma la mia pudicizia ed il rispetto per le altrui sensibilità mi vietano di pubblicare immagini, almeno per il momento. Ho tentato di invadere il meno possibile lo spazio, cercando di seguire, assecondare e ridefinire le forme già esistenti, discernendo quelle naturali da quelle artificiali fino a quelle posticce, messe soltanto per definire un piano. All'interno dell'edificio sono previste le rimesse per le canoe, una palestra con sala voga, un'infermeria, uffici, spaccio o bar sociale, sala riunioni e, compatibilmente con gli spazi, una biblioteca. All'esterno gli scivoli per le canoe dalle rimesse all'acqua con relativo molo galleggiante, spalti ricavati dalla scarpata sul fiume, punti informativi, bike sharing, parcheggi "verdi". Nell'ottica della più ampia accessibilità e fruibilità, sono previsti fin da progetto rampe, percorsi loges e relativa segnaletica, sia tattile che acustica. Ci saranno anche le scale per chi non vorrà utilizzare le rampe.
Come dicevo già alcuni post fa (004 e 006), il mio intento di modificare il meno possibile i tracciati creati più o meno liberamente dai pedoni, dai podisti e dai ciclisti, ha trovato parziale accoglimento da parte del relatore. Parziale perché, in effetti, il disegno (e solo quello), dava l'idea di non progettato. Sarà necessaria una rettifica grafica, senza alterare il progetto di "non progettato". Devo necessariamente migliorare il disegno.
Il suggerimento del relatore è quello di "invadere" anche lo spazio, oggi destinato ad aiuola, mal progettata, quasi posticcia, attraverso un padiglione o una costola dell'edificio del centro canottaggio, così da avvicinarsi all'ingresso antico della città di Porta San Florido, in maniera anche da dare dignità ad uno spazio che appare oggi come un di più capitato lì in mezzo.
Dovrò lasciar perdere, una buona volta, la progettazione da geometra, cioè esclusivamente tecnica, badando più alla risoluzione immediata del problema piuttosto che a proporne una soluzione. A proposito di proporre, la parola chiave, presente anche nel bando del Consulto su Città di Castello, è stata "proposta": la tesi non deve essere risolutiva, ma propositiva. Proporre una soluzione, una delle tante, non quella definitiva, soprattutto nel mio caso nel quale i temi proposti hanno una corrispondenza con il reale e ne verrà valutata anche l'efficacia reale.
Insegnamenti:
- Rilievo urbano e ambientale;
- Progettazione ambientale;
- Disegno dell'architettura;
- Composizione architettonica;
- Progettazione architettonica e urbana;
- Tecnica per il piano urbanistico;
- Storia della città e del territorio;
- Estetica del paesaggio;
- Storia del giardino e del paesaggio;
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