mercoledì 15 luglio 2026

007) [Fotografia] Preset. Ma anche no!

 

Presets
Image by Alexander Pahn from Pixabay
Dico subito che non sono totalmente contrario ai preset, sono contrario o, quanto meno, mi troverei a disagio ad utilizzare preset creati da altri. Questo per un motivo molto semplice: nessuno può conoscere meglio di me (in generale del suo Autore) i caratteri artistici che voglio dare alla mia foto o alla mia immagine e, per estensione, al mio video, ecc. L'utilizzo di preset di altri portano come risultato inevitabile ad utilizzare le sue scelte creative: la foto finale sarebbe "nello stile di" e non "mia".
L'utilizzo dei preset è comunque molto comodo quando si elaborano un certo numero di immagini per le quali è necessario settare le stesse impostazioni di base, ad esempio nel caso di foto fatte allo stesso oggetto in uno stesso set fotografico. Oppure, ad esempio, quando si elaborano immagini scansionate, magari per operare un restauro o una riproduzione digitale ed è necessario impostare la stessa luminostà o effettuare la stessa deretinatura. Questo processo velocizza il fluso di lavoro e non di poco.
Tutti i software di elaborazione immagini e manipolazione dei file RAW consentono di impostare un preset attraverso la registrazione di una serie di operazioni effettuate su una (o più) foto e diventa utile per il fotografo averle a disposizione, ma anche in questi casi i preset personali potrebbero non essere applicabili alle foto che si stanno elaborando perché le impostazioni pre-registrate cozzano con le scelte artistiche che si vogliono dare alle elaborazioni corso.
La differenza tra un preset di altri e uno personale è che in quest'ultimo caso autore della foto e autore delle impostazioni sono la stessa persona e, per questo motivo, la modifica del preset è più immediata quando non propriio un'affinatura perché la base "stilistica" delle scelte artistiche è frutto dello stesso autore. Ciò non toglie che è possibile utilizzare un preset di altri come base dalla quale partire per le proprie elaborazioni, tenendo però sempre presente il rischio di ottenere una foto completamente diversa da quella scattata, sforando nella vera e propria creazione di un'immagine nuova.
Insomma, alla base del discorso c'è sempre l'autorialità della foto che può essere messa in discussione dall'utilizzo di un preset troppo invasivo, sia esso personale o di terzi. Questo non vuol dire che chi li realizza e li mette a disposizione di tutti, gratuitamente o a pagamento, stia commettendo un delitto contro la fotografia, anzi, come ho appena detto, possono essere utili come base di partenza. Bisogna sempre ricordare che oltre alla fotografia vera e propria esiste la grafica soprattutto pubblicitaria che potrebbe aver bisogno di un certo tipo di impostazioni e sicuramente utilizza più o meno canonicamente un certo stile delle immagini. In questo caso i preset che velocizzano il flusso di lavoro sono fondamentali. Va anche ricordato, infine che, non esistono solo fotografi professionisti o amatoriali, ma anche fotografi estemporanei ai quali potrebbe piacere avere un'immagine finale "nello stile di".
In definitiva: più che "Preset. Ma anche no!" è più opportuno "Preset. Sì, ma con moderazione"

giovedì 9 luglio 2026

006) [Fotografia] Generi fotografici

Un genere fotografico è una categoria o classificazione in cui vengono raggruppate le fotografie in base a caratteristiche comuni. Proprio come avviene nella letteratura o nel cinema, i generi servono a mettere ordine nel vasto mondo della fotografia, definendo il linguaggio e le regole non scritte di un’immagine.

Queste categorie vengono definite basandosi principalmente su tre elementi:

  • Il Soggetto: cosa viene inquadrato (persone, animali, architettura, oggetti inanimati).
  • Lo Scopo: il motivo per cui l’immagine è stata creata (informare, vendere, esprimere un concetto artistico, ricordare).
  • La Tecnica o lo Stile: il modo in cui la foto viene realizzata (ad esempio, la fotografia subacquea o la macrofotografia richiedono attrezzature e approcci specifici).
Esistono decine di generi e sottogeneri che potrebbero essere definiti anche "macrogeneri" perché in essi possono convivere più generi. I principali includono:

  • Ritratto: si concentra sulla figura umana, cercando di catturare l’espressione, la personalità o lo stato d’animo del soggetto.
  • Paesaggio: dedicato alla rappresentazione di spazi naturali (montagne, mari, foreste) o urbani (cityscape), spesso focalizzato sull’interazione tra luce e ambiente.
  • Reportage (o Fotogiornalismo): ha uno scopo documentaristico e narrativo. Racconta una storia, un evento di cronaca o una tematica sociale senza alterare o mettere in posa la scena.
  • Street Photography (Fotografia di strada): cattura momenti spontanei, coincidenze visive e scene di vita quotidiana all’interno di spazi pubblici.
  • Natura morta (Still Life): la fotografia di oggetti inanimati. È fondamentale nella fotografia commerciale e pubblicitaria, dove il controllo totale delle luci e della composizione è essenziale.
  • Macrofotografia: la ripresa di soggetti molto piccoli (come insetti o dettagli di fiori) tramite obiettivi speciali che permettono un rapporto di ingrandimento elevato.
A questi generi, cui afferiscono le cosiddette "foto autoriali1" (o artistiche), aggiungo un genere che ha un autore, ma non possiede valenze artistiche e che io definisco "Fotografia tecnica", vale a dire quel genere, o forse sarebbe meglio definire "tipo" di fotografia, che ha come unico scopo quello di documentare un fatto, un processo o un risultato nel modo più oggettivo e inequivocabile possibile (in un post successivo approfondirò l'argomento). 
Mi riferisco alle foto realizzate per documentare l'andamento di un cantiere, di un processo industriale, gli esiti di un incidente meccanico o stradale, i comportamenti di un sospetto nel caso di pedinamenti delle FF.OO. In questi casi la fotografia è il risultato esclusivamente di tecnica fotografica e nient'altro, proprio per dare un risultato il più obbiettivo possibile (una foto autoriale o artistica ha in sé la visione del suo autore e quindi non obbiettiva della scena inquadrata). Per questo genere sono utilissimi gli automatismi quando non la realizzazione con lo smartphone per praticità, soprattutto se si tratta di foto di cantiere dove, per la presenza di polvere, potrebbe non essere indicato utilizzare una reflex o una mirrorless, oppure nel caso di operazioni di Polizia dove magari uno smartphone dà "meno nell'occhio" rispetto ad un operatore con una reflex appostato in un'auto civetta dietro ad un albero (basta vedere un episodio a caso del "Commissario Montalbano" o di "Distretto di Polizia"...)
I confini tra i generi non sono rigidi e chiusi e molto spesso si sovrappongono: una foto scattata durante una manifestazione può essere contemporaneamente fotogiornalismo, street photography e ritratto e potrebbe avere anche una residua valenza documentale in caso di incidenti o eventi violenti in genere e quindi essere utilizzata anche come foto tecnica.
Questa classificazione ha un mero scopo didascalico: nella Fotografia, quella autoriale, il genere è sempre il compendio di più sottogeneri, ognuno con le proprie sfaccettature, particolarità e semplificazioni.

NOTE:
1. Ne accenno la definizione nel post precedente

domenica 5 luglio 2026

Architetti, Architettisti e Architettoni

Esistono tre figure professionali tecnico-artistiche-umanistiche: Architetti, Architettisti, Architettoni

Architetti

Sono coloro che praticano il mestiere dell'Architetto secondo le regole non scritte del Metodo: dall'idea, al progetto, alla realizzazione. Sono raccolti in genere in studi piccoli (3-4 persone più eventuali collaboratori) quando non composti da una singola persona che di volta in volta si interfaccia con altri studi singoli. All'interno di questi studi il progetto viene composto punto per punto, dai primi schizzi progettuali, alla conclusione dei lavori, passando per i dialoghi con il cliente, le varie proposte progettuali, la progettazione definitiva, l'inserimento dell'impiantistica, le pratiche urbanistiche e le curatele contrattuali.
Il loro approccio al mestiere è diretto, pratico senza rinunciare alle regole dell'archtettura e ai suoi dogmi, leale con i propri colleghi e collaboratori riconoscoendone ogni volta l'impegno profuso.
Sanno utilizzare gli strumenti informatici messi a disposizione dalla tecnologia corrente e, in ogni caso, sanno ben distribuire le competenze, riconoscendone l'estrema utilità nella progettazione contemporanea. Proprio per questo sono gli unici che conoscono il proprio prodotto fino in fondo.
I contatti con i nuovi clienti avvengono per passaparola, per conoscenza, per bandi di progettazione esecutiva.
Il volume d'affari è medio-basso, ma tutto sommato sufficiente a pagare Inarcassa almeno una rata alla volta.

Architettisti

Sono coloro che praticano il mestiere dell'Architetto facendo chiacchiere e segni strani. Le chiacchiere scaturiscono dalle mille parole a loro necessarie per definire una porta, una finestra, un muro. I gesti strani sono quelli che fanno quando devono spiegare ai loro dipendenti, appartenentei a vari reggimenti di Giannizzeri, come e dove mettere quella llinea sul CAD, ignorando totalmente non solo le modalità d'uso del software, ma proprio l'utilità stessa. 
Sono spesso bravissimi a descrivere la propria idea, ma pessimi nel trasferirla su carta, ancora peggio nel realizzarla. 
Fotografano i loro cantieri con lo smartphone e inorridiscono alle foto professionali "ritoccate" del fotografo professionista pagato in soldoni dal proprio cliente che però ne è contento.
Alcuni sono stati visti progettare con la matita B2 mozzata su un foglio di quaderno e una mano in fronte perché colpiti dalla stessa estasi di Santa Teresa d'Avila.
Conoscono benissimo il loro progetto perché è nato dalla loro mente, ma quello presentato al Comune è diverso perché lo sbalzo di 10 metri per fare atterrare l'elicottero accanto alla piscina è impossibile in zona sismica 2...
I contatti con i nuovi clienti avvengono per passaparola altolocata, al bar fighetto, al locale in, per chiacchiere allo stadio in tribuna numerata vip.
Il loro volume d'affari consente loro di pagare Inarcassa, sottopagare i Giannizzeri e godersi le vacanze in barca a vela.

Architettoni

Sono coloro che sembra pratichino il mestiere dell'Architetto, ma in realtà sono meri mercanti. Il progetto è fatto da qualcun altro perché ne sono comunque incapaci, loro ci mettono solo la firma. Lo studio è intestato alla moglie o alla madre perché per siccome il titolare è quasi sempre ammanigliato con la politica, non gli è concesso uscire allo scoperto con il proprio nome nel proprio comune.
Descrivono brevemente il lavoro da farsi ai propri complici in maniera molto semplice tipo "dobbiamo fare una villa di due piani con la piscina". Sono iscritti a tutte le librerie CAD esistenti perché da soli potrebbero fare ben poco.
Hanno studi medio-grandi, hanno tutte le SOA e le certificazioni di qualità che sono costate migliaia di euro perché ottenerle legalmente è impossibile (per loro).
I contatti con i nuovi clienti avvengono tramite papà, il sindaco, il politico locale, il concorso di progettazione già vinto, il favore di ricambio al favore politico, al progetto gratis perché ci sono offerte alle quali non si può dire di no...
Il loro volume d'affari è altissimo non solo per numero di lavori, ma anche perché buona parte dei soldi sono di altra provenienza.
Architettone è la forma educata di Palazzinaro.

lunedì 29 giugno 2026

005) [Fotografia] Della realtà in Fotografia

"1. La REALTÀ, nel suo significato più generico, è l’insieme di tutto ciò che è reale, cioè esiste effettivamente (avere il senso della r.; essere fuori della r.; bisogna fare i conti con la r.); la realtà può essere concreta, e consistere cioè nel mondo esterno, tangibile (r. esterna); ma è realtà, sebbene sia immateriale, anche la vita affettiva e mentale di una persona (r. interiore). 2. Riferita a una situazione più specifica, invece, la realtà consiste in un oggetto o in un fatto reale, che davvero esiste o è esistito o che è veramente accaduto (la sua malattia non è invenzione ma r.; il mio sogno è finalmente diventato r.; nessuna delle sue previsioni si è tramutata in r.). 3. La realtà è inoltre la caratteristica di ciò che è reale o che è vero, cioè che non si limita a essere apparente, immaginario o possibile (la r. di un fatto, di un sospetto; la situazione gli apparve improvvisamente in tutta la sua r.; sono fantasie prive di r., che non hanno alcuna r.)." (Enciclopedia Treccani Online

Si tende a credere che la fotografia rapresenti la realtà, anche quando il soggetto ripreso è visibilmente "preparato" per lo scatto: modelli e modelle truccati all'occorrenza e adeguatamente vestiti o svestiti, oggetti all'uopo sistemati,ad esempio per una natura morta, un paesaggio più o meno naturale, una strada, una persona di passaggio. Ma non è così.

La fotografia, intesa come il risultato di una ripressa di sogetti, umani o animali o inanimati, mediante una macchina fotografica, non rappresenta la realtà, anche quando questa appare tale a prima vista. La fotografia è l'immagine dell'elaborazione intellettuale e culturale del fotografo; non è la realtà "vera", ma l'interpretazione della realtà dal punto di vista del fotografo. È il risultato delle scelte intellettuali, artistiche e emotive dell'Autore che ha elaborato.l'inquadratura, dalla quale è poi scaturita la foto, digitale o stampata che sia. È come l'Autore vede la realtà. È la cosiddetta "fotografia autoriale" che discende, cioè, da una precisa visione creativa.

Quanto appena scritto non vale soltanto per la fotografia autoriale, ma anche e, forse, soprattutto per la fotografia ricordo, per quella documentale, turistica e soprattutto per i cosiddetti "selfie". Una foto scattata ad un monumento durante un viaggio di piacere, magari inserendo i propri familiari, gli amici, ecc., ha come unico scopo quello di rappresentare il proprio passaggio in quel posto in quella precisa data e ora, eventualmente con quelle persone. Non c'è ricerca artistica, ma solo la trasposizione emotiva del ricordo nell'immagine, anche quando chi scatta la foto cerca di mettere nell'inquadratura il monumento per intero, senza sacrificare le persone coinvolte, soprattutto cercando di farci rientrare i piedi. Questo genere di foto è, nella stragrande maggioranza dei casi, scattata con uno smartphone, strumento comodissimo e tecnologicamente avanzato, adatto a questo scopo. Non c'è nulla di male, tutti scattano questo tipo di foto, compreso il sottoscritto, ma è un genere che non può essere ascritto alla Fotografia anche quando le impostazioni della macchina (compatta o smartphone) sono più o meno manualli perché non è il fatto tecnico a promuoverla ai piani alti dell'Arte fotografia, ma la motivazione critica alla base dello scatto.

Il "selfie" invece (ne parlo per mero gusto critico) è la negazione della fotografia: è la rappresentazione di sé stessi, è l'imposizione del proprio IO nel mondo: "Io e nessun altro!", "Ricomincio da me!", "Chi mi ama mi segua!". Non va assolutamente confuso con l'autoritratto perché in quest'ultimo c'è una ricerca profonda di sé stessi  prima ancora di preparare l'inquadratura. La Storia dell'Arte è piena di autoritratti non di quelli che oggi potremmo definire "selfie". Il solo pensiero che qualcuno potrebbe dire "adoro i selfie di Van Gogh", mi dà il voltastomaco.

sabato 20 giugno 2026

004) [Fotografia] Genesi di una foto

In the sunset

"Gli uomini chiudono la propria porta contro il sole che tramonta." (attribuita a William Shakespeare)

La foto si intitola semplicemente "Sunset" (Tramonto) e ha una genesi particolare. 

È stata scattata il 14 dicembre 2021. Quel giorno, per lavoro, mi ero recato a Mondragone, cittadina costiera distante una cinquantina di chilometri da Caserta, quasi un'ora di auto ed ero stato impegnato per tutta la mattinata e per il primo pomeriggio. Aveva piovuto per due giorni di seguito e le campagne tra Caserta e Mondragone erano in gran parte allagate, ma l'impegno lavorativo era inderogabile e quindi partii lo stesso.

Quanto scrivo è in parziale contraddizione con il precedente post sugli automatismi in fotrografia, ma ne voglio descrivere ugualmente le motivazioni.

Era stata una giornata di lavoro abbastanza pesante che mi aveva impegnato anima e corpo dalle 8 di mattina alle 16:30 del pomeriggio. La mattinata era stata bellssima, piena di sole e senza neanche una nuvola, in piena contraddizion con il temporale della notte e i due giorni consecutivi di pioggia continua. 

Mentre facevo l'analisi dei fatti del giorno, notai che il sole si era abbassato di molto e decisi di fare una foto. Così, in un tratto rettilineo affiancato dalla campagna rallentai, accostai e mi fermai davanti ad un gruppetto cannucce di palude, estrassi lo smartphone (all'epoca quello avevo per le foto), composi l'immagine inserendo l'erba alta in primo piano, l'acqua come protagonista, la siepe nera sullo sfondo, il sole del tramonto come luce principale e toccai la parte dell'acqua sul display del telefono per attivare l'autofocus su quella zona. Scattai quattro foto in rapida successione. Rimasi ad osservare la scena davanti ai miei occhi per alcuni secondi, poi ingranai la marcia e me ne andai. Tutta l'operazone, tra fermarmi, scattare e ripartire, non durò neanche un minuto.

Decisi di fare quella foto non solo perché il tramonto è l'argomento principe dei fotografi dilettanti, né perché quel tramonto era particolarmente suggestivo, ma perché quella porzione di paesaggio recava con sé impressioni più profonde: la giornata, per me pesante che finisce, il sole che rasserena il cielo dopo due giorni di nubifragi, due entità fisiche, il sole e il sottoscritto, stavano guadagnandosi il meritato riposto. Fu come se in quel momento ci stessimo salutando a vicenda, il sole che ci aveva consentito di lavorare all'asciutto e il sottoscritto stremato, ma soddisfatto dell'andamento della giornata (avevo supervisionato lo scaricamento una TAC da una tonnellata e mezza da un camion e fatta entrare da una porta alta appena per farcela passare con movimenti millimetrici del carrellista: due ore solo per passare da fuori a dentro e fare solo un paio di metri...).

Ma c'è di più. Nel comporre la foto ho cercato di trasmettere il sentimento che provavo al momento e per fare questo ho cerecato nell'inquadratura tutti gli elementi che avvaloravano la mia ricerca: l'erba lievemente mossa dal vento, la calma dell'acqua, il buio della siepe e il sole che illumina gli ultimi momenti di veglia della natura. Le luci calde, caldissime, i colori arancio, rosso e nero.

Conosco bene quel posto e so che normalmente è un pascolo per le bufale di un vicino allevamento (siamo in terra di mozzarella!), prato fiorito effimero, tormentato dagli zoccoli di quelle bestie, acquitrino dopo le piogge. Ma quella sera si era trasformato in qualcos'altro, aveva dato fondo a tutta la sua bellezza latente che, passandoci quella mattina, non avevo notato alla luce del giorno. O, meglio, al tramonto avevo visto qualcos'altro perché avevo guardato diversamente quell'angolo di mondo, cercandone l'essenza e tramutandola in immagine fotografica.

Era necessario che facessi quella foto quella sera perché avvertivo che l'immagine premeva per uscire allo scoperto. Ho utilizzato degli automatismi, è vero, ma l'immagine che vedevo sullo schermo dello smartphone era l'immagine che vedevo io nella mia mente e catturava l'essenza del paesaggio che avevo inquadrato. Fu proprio per questi sentimenti che decisi che dovevo cominciare a fare fotografie sul serio e non potevo più permettermi di procrastinare la cosa. Così acquistai la mia reflex entry-level... tre anni dopo.

Chiudo con un pensiero non mio che riassume tutto il post:

Splendore del giorno concluso, che mi sollevi e mi colmi,

ora profetica, ora che il passato riadduci!

E mi gonfi la gola, te, divino egualitarissimo,

voi, terra e vita finché brilli l’ultimo raggio, io canto.

(Walt Whitman, da Canto al tramonto)

sabato 2 maggio 2026

003) [Fotografia] Gli automatismi hanno migliorato o peggiorato la fotografia?

 

Image by Agata Slonka from Pixabay
Il titolo è spudoratamente rubato al post di Luigi Ottogalli su Youtube dove si fa chiamare con il nickname di "Old photographer", persona che reputo uno dei migliori critici, storici, ma soprattutto teorici della Fotografia in Italia.

Quella di Luigi è una domanda interessante e di non immediata risposta, anche se, apparentemente, sembrerebbe il contrairo.

Va specificato innanzitutto che lo stesso Luigi esclude dal discorso sugli automatismi in fotografia quei fotografi, diciamo così, occasionali, quelli che fanno foto ricordo di parenti, amici o di vacanza.

Il primo suo video che avevo visto, in mattinata, era uno short che anticipava la domanda e rimandava l'approfondimento e la risposta al video completo sul suo canale. Purtroppo per motivi di lavoro ho potuto vedere il video solo nel primo pomeriggio, ma nel frattempo la domanda mi rimbalzava in testa e fremevo di terminare subito quello che stavo facendo per dire la mia in merito. Quando poi ho visto il video lungo, mi sono reso conto che quanto avevo da dire in merito era esattamente quello che aveva detto Luigi.

Gli automatismi non fanno bene alla fotografia, ma...

Se scattiamo una foto con una qualsiasi fotocamera, reflex, mirrorless, compatta o la fotocamera dello smartphone e la impostiamo sul full auto, lasciando cioè alla macchina la scelta di tutte le impostazioni, non stiamo scattando una foto, ma stiamo creando un'immagine, anche se prodotta da un mezzo pensato per scattare foto, della quale non controlliamo nulla, se non l'inquadratura. Si dirà: in fotografia l'inquadratura è tutto! No, è l'elemento sensibile, ma non è tutto.

L'inquadratua o, meglio, il soggetto dell'inquadratura è il motivo scatenante della foto, l'elemento intorno al quale il fotografo costruisce un paesaggio davanti, ai lati e dietro di esso. Lo fa manipolando la luce attraverso una serie di impostazioni della macchina: l'apertura del diaframma, la profondità di campo, la velocità di scatto, la quantità di ASA/ISO, la messa a fuoco. Il risultato è la fotografia del soggetto in un brano di paesaggio con una determinata luce e nitidezza. È però solo una delle infinite possibilità di ritrarre quel soggetto. Il fotografo potrebbe scegliere di enfatizzare un elemento secondario dell'inquadratura piuttosto che un altro. Potrebbe giocare con le ombre sul soggetto, potrebbe sovraesporre o sottoesporre la scena, potrebbe cercare delle assonanze con i colori intorno o potrebbe scattare in B/N. 

Tutto quanto detto è possibile realizzarlo anche utilizzando degli automatismi, se non proprio impostando la macchina in full auto, ma chi sarebbe l'autore di quella foto? Quanta libertà ha avuto il fotografo nell'impostare la scena e l'inquadratura secondo la sua visione "artistica"? Quanto il fotografo ha accettato supinamente le "decisionI" della fotocamera? Poco se non nulla.

Questo non vuol dire che gli automatismi in fotografia sono vietati o alterano sempre la creatività del fotografo. Lo sviluppo tecnologico ha fornito ai fotografi possibilità impensabili già solo vent'anni fa. Basti pensare a quei generi fotografici nei quali la velocità o l'estrema lentezza sono alla base della fotografia stessa come le foto agli animali, ma anche alla vegetazione quando si vuole bloccare il movimento delle foglie, gli sport in generale in particolare quelli motoristici e il ciclismo. In questi casi certi automatismi possono ritornare utili (le priorità di diaframmi o di tempi). E ancora la stabilizzazione in macchina o nell'obiettivo quando si usano focali zoom o tele a mano e non su cavalletto, oppure ancora l'autofocus che può risultare utilissimo in quegli ambiti nei quali la luce solare rende difficile leggere il display (nelle mirrorless o in live view sulle reflex) oppure quando la vista del fotografo è prossima a quella della talpa. Ma determinati automatismi possono risultare utili anche quando c'è urgenza di catturare una scena in rapido mutamento come nel caso, ad esempio, del fotogiornalismo. Ed è in questi casi che il fotografo può scegliere in maniera critica la modalità di scatto! Si immagini, però, la celeberrima foto del soldato americano che sbarca ad Omaha il 6 giugno 1944 di Robert Capa scattata impostando la "Priorità di tempi" (se fosse esistita): sarebbe stata la stessa cosa? Assolutamente no!

Volendo riassumere in poche frasi il concetto si può dire che gli automatismi possono essere usati dal fotografo, ma non devono esserlo per forza. Per essere gli autori veri della fotografia è necessario entrare direttamente nell'inquadratura e impostare scena e ripresa secondo la propria idea artistica. Questo può essere fatto esclusivamente con impostazioni (quasi esclusivamente) manuali.

domenica 8 marzo 2026

002) [Fotografia] Oldies and maybe goldies


Riguardando con attenzione le mie uniche foto pubblicate online su DeviantArt, a seguito di numerose letture(*), mi sono reso conto che quasi vent'anni fa avevo, in merito alla fotografia, le idee più chiare di quanto ne abbia oggi.

Avevo acquistato una fotocamera Sanyo Xacti VPC-S5 che nessuno conosce, ma che era, per mia fortuna, conosciuta al commesso di UNIEuro nel lontanissimo 2005, che me la consigliò caldamente. All'epoca era una delle poche, se non l'unica fotocamera da 5 megapixel che costasse un po' meno rispetto alle 3 megapixel "blasonate" come Sony, Nikon, Canon, ecc. In più aveva un piccolo display per la visualizzazione delle immagini e alcune funzioni (bilanciamento del bianco, zoom, macro, ecc.) che le concorrenti non sempre avevano.

L'avevo acquistata principalmente per lavoro, per effettuare rilievi fotografici per progetti e perizie tecniche. L'uso "artistico" era un secondo fine, non poco impoprtante, ma sicuramente non in cima alla lista, dati anche i limiti tecnici che una fotocamera compatta e consumer si porta dietro e dei quali ero pienamente cosciente.

Dovetti ricredermi: le funzioni, ma soprattutto la qualità delle immagini era molto più che soddisfcaente. Addirittura la funzione macro, ottima, ha una caratteristiche che ho apprezzato molto e cioè la possibilità di fotografare anche oggetti distanti aggiungendo all'immagine un piacevole effetto sfocato in combinazione ad una leggera minore nitidezza che rendevano le immagini molto particolari. Fu così che cominciai a fotografare con una maggiore attenzione al di fuori dell'ambito tecnico e decisi successivamente di pubblicare i primi scatti.

Oggi, parte di quelle immagini, sono state caricate su YouPic e in maniera più completa su Flickr. In entrambi i casi le gallerie sono in divenire.

Mancano ancora, incredibilmente, le foto scattate con la Canon EOS 250D acquistata nel 2024. Verranno anche quelle, quando troverò quelle pubblicabili. Del resto ho ancora vent'anni davanti a me per decidere...

NOTA

(*) I titoli di queste letture saranno in futuro argomento di un apposito post.

lunedì 23 febbraio 2026

001) [Fotografia] ... e perché no? Anche la Fotografia


Ogni tanto ritorno. Si dice: "Chi non muore si rivede", ma è pur vero che molto spesso anche i vivi non si vedono più e i morti si rivedono in sogno.

Fatta questa premessa praticamente inutile, ritorno in argomento.

Ritorno con un cambiamento, una specie di "piccola rivoluzione". I più perspicaci (credo di avere meno di 15 lettori e questo mi pone giustamente, ma anche inesorabilmente, molto al di sotto del livello di Alessandro Manzoni) avranno notato che è cambiato il sottotitolo e che adesso comprende la parola "Fotografia". Ebbene sì, parlerò anche di fotografia, non solo fotografia di architettura, ma anche di fotografia in generale: paesaggio, ritratto, "street photography" (con tutti i limiti e i distinguo), ferrovia, ecc.

Quella della fotografia non è una passione nuova, ma è solo da un paio di anni che, acquistata finalmente una reflex, ho cominciato a dedicarci più tempo. E più leggo, più studio, più mi rendo conto di aver sprecato tempo, di non aver avuto quella fiducia in me stesso che mi avrebbe consentito di comprendere che non è la macchina a fare la differenza nella Fotografia, ma la mente. 

Con la mia piccola fotocamera digitale consumer, acquistata per motivi di lavoro (rilievi, sopralluoghi, perizie), ma con la quale ho cominciato a scattare con motivazioni "artistiche", avrei potuto fare di più, molto di più, anche perché quella fotocamera ha una funzione macro che permette di fotografare anche oggetti a distanza con un particolare effetto sfocato molto interessante. Le poche foto nate non da un bisogno pratico, ma da una spinta emotiva, le caricai all'epoca sul mio account sul portale DeviantArt.e rivedendole dopo qualche anno e alla luce delle letture fatte, le ritengo almeno degne di pubblicazione, non tutte, ma una buona parte.

Il "nuovo" blog avrà quindi questa nuova doppia natura, di racconto architettonico e fotografico. In quest'ultima accezione ho pensato ad un formato particolare: non potendo pubblicare gallerie su Blogger, lo farò su portali dedicati quali Flickr, sul quale ho già pubblicato per il blog fino ad oggi e su YouPic, portale dedicato ai fotografi. Di volta in volta posterò qui il link alla galleria o alla singola foto sui portali menzionati, accompagnato da un minimo di descrizione, didascalia o elucubrazione.

Come sempre, non so dove andrò a finire, ma intanto comincio.


martedì 21 gennaio 2025

Quando le cose funzionano "a scartamento ridotto"

Image by Tom from Pixabay


Inizio subito con il dire che la locuzione "a scartamento ridotto" usata per indicare un qualche servizio o attività che funzionano con scarsa efficienza o addirittura male, è profondamente sbagliata.

Apparentemente il termine è derivato dalla ferrovia dove per scartamento si intende "la distanza tra le tangenti dei bordi interni dei funghi delle rotaie presa 14 mm al di sotto del piano di rotolamento" (norma UNIFER). Insomma, è la distanza tra le rotaie di un binario. 

Questa distanza, nelle ferrovie moderne, è di 1435 mm ed è definito "Scartamento normale". Quando questo scartamento è più ampio è definito "Scartamento largo" (1520 mm in Russia e 1524 in Finlandia, 1676 nelle ferrovie della penisola indiana e in Argentina). Quando invece è più stretto è definito "Scartamento ridotto" (1067 mm per le ferrovie del Sudafrica e giapponesi, 1000 mm ferrovie indocinesi, ma anche le italiane Trento-Malè-Mazzana e la Ferrovia Genova-Casella, 950 mm per la Circumetnea, ma soprattutto per la Circumvesuviana).

Ogni scartamento è in grado di garantire una certa velocità ai treni. Con l'esperienza bisecolare nel campo dell'ingegneria ferroviaria, è risultato che lo scartamento ottimale, che riesce cioè a coniugare quantità di merci trasportate, velocità, economia di viaggio e sostenibilità progettuale è lo Scartamento normale (1435 mm) perché consente di avere convogli con il giusto compromesso di stabilità e velocità di percorrenza a parità di volume trasportato, ma anche un giusto equilibro nell'andamento della linea. È su questo scartamento, infatti, che è basata la stragrande maggioranza della rete ferroviaria mondiale ed è su questo scartamento che è stato sviluppato il sistema dell'Alta Velocità, che consente velocità massime in serivizio fino a 350 km/h.

Ad una prima occhiata, però, sembra che uno scartamento più ampio possa consentire velocità maggiori, sempre a parità di volume trasportato. Non è così. Non sempre uno scartamento largo consente velocità superiori ai 160 km/h (ferrovie indiane), anche se permette di trasportare volumi maggiori. Questo perché i singoli carri sono più larghi, quindi con ruote più distanti che lo rendono più "stabile" sulle rotaie cosa che produce più inerzia nella trazione, soprattutto nelle curve nelle quali è più "pesante" da far girare. Anche per questo motivo i raggi di curvatura sono proporzionalmente più ampi, cosa che richiede maggior spazio sul territorio.

Di contro, uno scartamento più stretto, uno "scartamento ridotto" appunto, dà l'impressione che il treno sia più lento. Questo non è sempre vero. Alcuni tratti delle linee giapponesi (1067 mm) hanno una velocità massima omologata di 160 km/h, ma in generale, la stragrande maggioranza di esse raggiunge normalmente i 120 km/h. Sulla Circumvesuviana (950 mm) la velocità massima in alcuni tratti è di 90 km/h, anche se potenzialmente potrebbe raggiungere i 120 km/h, ma per motivi soprattutto normativi (presenza di passaggi a livello) essa è ridotta a 90 km/h. Velocità più basse per lo scartamento ridotto derivano dalla loro natura e cioè quella di trasporto "vicinale" con molte fermate che non consentirebbero comunque di raggiungere le velocità massime di progetto. Oppure perché nate per il trasporto di merci per le quali non sono richieste alte velocità proprio per la natura del materiale trasportato*. Il fatto che le ruote siano più vicine produce l'effetto contrario allo scartamento largo: il treno impegna le curve, che possono avere raggi più stretti, con minore resistenza alla trazione e il peso generalmente minore gioca contro la stabilità sul binario, facendo tendere il treno al deragliamento. È anche per questo motivo che le velocità sono mediamente più basse.

Quanto detto spero abbia fatto comprendere che ogni scartamento ha una sua velocità massima che non è sintomo di inefficienza, ma di efficienza propria del servizio. Una linea a scartamento ridotto non è sinonimo di linea inefficiente, ha solo delle velocità mediamente più basse che non è detto vadano a discapito della qualità del servizio. I problemi di servizio gravi che sta subendo negli ultimi anni la Circumvesuviana non derivano dal fatto di essere una linea a scartamento ridotto, ma dalla scarsa manutenzione alla quale sono sottoposti i treni e soprattutto la linea, sia nel binario, sia negli impianti di segnalamento e di sicurezza che provocano spesso fermate improvvise in linea se non guasti che coinvolgono spesso anche i convogli, fino alla soppressione del treno. Questo problema è riscontrabile in qualsiasi linea ferroviaria con qualsiasi scartamento.

Per chiudere ripeto. la locuzione "a scartamento ridotto" usata per indicare un qualche servizio o attività che funzionano con scarsa efficienza o addirittura male, è profondamente sbagliata.


NOTA

* Quest'ultima considerazione vale anche per le ferrovie a scartamento normale dove le merci vengono trasportare ad una velocità massima di 100-120 km/h, sia per motivi legati al tipo di merce trasportata che non può subire le oscillazioni proprie di una velocità alta, sia perché i treni merci sono molti pesanti e tenere un'alta velocità potrebbe causare danni al binario, ma anche rischi di deragliamento per il treno. Esistenva anche un servizio merci ad Alta Velocità (300 km/h) creato da Mercitalia, società del Gruppo FS, che si chiamava Mercitalia Fast per quelle merci trasportabili a tale velocità: nato nel 2018, è stato sospeso nel 2022.


 P.S.

Ogni tanto ritorno e scrivo...

lunedì 1 novembre 2021

Carlo Melograni (1924-2021)

Riprendo a scrivere sul blog perché ritengo sia doveroso farlo.

Oggi, 1 novembre 2021, ho avuto la brutta notizia della morte del prof. Carlo Melograni.

Ho parlato di lui quasi subito, nel quarto post di questo blog, presentandolo come "Architetto rassicurante", fatto che ha avuto quale esito inatteso la telefonata di ringraziamento di Melograni che mi preannunciava anche di avermi fatto dono di un suo libro.

Ne ho parlato ancora quando ho umilmente recensito il libro che mi aveva inviato con la sua preziosa dedica.

Oggi è venuto a mancare alla veneranda età di 97 anni nella sua Roma che lo ha visto nascere l'11 gennaio del 1924 e che ha contribuito, nel suo piccolo, a liberare dai nazifascisti. 

Non parlava spesso della sua militanza giovanile nella Resistenza e quando lo ha fatto, è stato sempre in maniera sommessa. Ne accenna implicitamente parlando brevemente del giovanissimo architetto Giorgio Labò in "Architettura italiana sotto il Fascismo" raccontando del dolore del padre che dopo averlo cercato ininterrottamente e pericolosamente per quattro giorni, scopre all'alba del quinto che suo figlio era stato fucilato due giorni prima. Per questo Melograni scelse di far parte della formazione della Resistenza nella quale aveva militato anche Labò. Fino ad oggi ne è stato l'ultimo testimone.

Forse per la sua indole innata, forse per le passioni giovanili, forse per il suo passatto di combattente per il popolo, Carlo Melograni architetto ha avuto sempre l'occhio rivolto a coloro che gli edifici li abitano. La sua non era un'architettura votata a stupire, a elaborare forme inedite, a cambiare il verso della Storia, ma un'architettura attenta al modo di abitare, un'"architettura civile", per dirla con Bruno Zevi che definiva così l'architettura di Giuseppe Pagano.

E proprio a Pagano è dedicato il primo scritto di Melograni, edito nel 1955 dalla casa editrice "Il balcone", un racconto, con molte foto, dell'architettura dell'istriano, prima fascista critico, poi allontanatosi per l'inconciliabilità delle sue idee civili con quelle fasciste e infine, per un casuale incidente, arrestato dalla milizia mussoliniana e da questa consegnato ai nazisti che lo deportarono a Mauthausen dove trovò la morte non prima di aver rilevato e ridisegnato la cella nella quale era imprigionato, segno evidente che stavano per uccidere un uomo, ma non il suo spirito. 

Ma Melograni amava anche Edoardo Persico e ispirandosi a lui e ad una citazione presa da un suo articolo, decise  di scrivere, dopo tanti anni, una volta raggiunta la pensione non prima di aver contribuito a fondare la Facoltà di Architettura di Roma Tre dove fu preside fino al 1997, un libro intitolato "Progettare per chi va in tram. Il mestiere dell'architetto" (2002, Bruno Mondadori), recentemente ristampato. Si tratta della risistemazione e della messa per iscritto di alcune lezioni da lui tenute durante i vari corsi universitari che lo hanno visto docente. Dal testo si percepiscono due fattori fondamentali: l'amore per l'architettura e l'amore per gli studenti. 

Altri due testi seguono questo, prodromo dell'esplicitazione del pensiero melograniano e sono il già menzionato "Architettura italiana sotto il Fascismo. L'orgoglio della modestia contro la retorica monumentale. 19267-1945" (2008, Bollati Boringhieri) e il più corposo di tutti "Architetture nell'Italia della ricostruzione. Modernità versus modernizzazione 1945-1960" (2015, Quodlibet), che segue il precedente sul tema dell'architettura razionalista e della sua evoluzione fino agli ultimi fuochi.

In tutti i suoi testi Melograni parla da testimone diretto degli eventi architettonici che vanno dal 1926 al 1960, in parte perché raccolti dalle testimonianze dirette e dagli insegnamenti degli autori stessi, nella maggioranza dei casi da lui personalmente conosciuti, in parte per aver partecipato in prima persona alla ricostruzione degli anni '50 del XX secolo, come ad esempio al Tiburtino con Quaroni e Ridolfi nel quale ebbe un ruolo di progettista di non poco conto.

Ma Melograni ha sempre scritto di altri, mai di sé stesso. Per conoscere qualcosa di lui era necessario seguire una delle sue numerose "conversazioni" nelle quali parlava delle sue opere per fini meramente didattici, spiegando ai futuri architetti come nasceva un'architettura e quali fattori erano implicati nella genesi. 

È così che ho sentito parlare del Liceo Ariosto di Ferrara, lo stesso frequentato da Giorgio Bassani, teatro suo malgrado di una delle tante ignobili epurazioni fasciste. Parlò del progetto principale, di come abbia tratto ispirazione da progetti e elementi già costruiti, di come il pensiero pedagogico abbia influito nell'elaborazione e di come fosse confluito nel segno sulla carta. Insegnò che non era sbagliato riprendere un elemento già progettato e costruito altrove se questo rientrava perfettamente nel progetto sul quale si stava lavorando. 

Quando fu chiamato per l'ampliamento del Liceo per il quale ideò un nuovo ingresso pedonale e carrabile, raccontò che lo divertì molto il fatto che una trave che aveva intenzionalmente lasciato a vista in un'area comune, era stata dipinta con i colori delle bandiere del mondo in occasione di un'attività didattica del Liceo. Confessò che non era a favore di ridipinture o graffittature per coprire superfici di cemento o di intonaco, ma gli piacque l'idea che quella trave fosse stata utilizzata a scopo didattico, il che dimostrava ancora una volta che la sua intera architettura era stata utilizzata per il suo scopo primigenio: l'insegnamento.

Ha amato Ferrara e ha amato anche il Liceo Ariosto tanto da aver richiesto nel 2016 che le sue ceneri potessero riposare nel giardino del Liceo, dove ogni anno, nuovi studenti, si prepareranno alla vita, fra le mura progettate per loro da un Uomo che li amava senza conoscerli.

lunedì 23 novembre 2020

Fate presto


"Mamma, il lampadario balla"
"E lascialo ballare..."
Così mi rispose mia madre quella sera del 23 novembre 1980 mentre infilava il pigiama a me bambino di 4 anni, steso sul lettino. Poi, all'improvviso, mio padre gridò dalla cucina:
"Bri' (Brigida), Bri'! Curri!" (Brigida, Brigida! Corri!)
Mia madre la prese come la solita chiamata che le faceva per farle guardare qualcosa di interessante alla televisione, soprattutto servizi al Tg, tant'è vero che gli rispose candidamente:
"Aspié! Stongo a mettere 'u piggiama 'o criaturo!" (Aspetta! Sto mettendo il pigiama al bambino!)
"Bri', sta a fa 'u tarramoto!" (Brigida, sta facendo il terremoto!)
Quello che ricordo del momento in cui mia madre prese coscienza di quello che stava accadendo è che mi ritrovai in braccio a lei nell'ingresso del nostro appartamento dove c'era già mio padre con mia sorella di 2 anni in braccio e poi giù a capofitto per le scale; e per fortuna abitavamo (e abitiamo) al primo e ultimo piano del condominio. Poi ricordo che misero me e mia sorella in auto, una Opel Kadett grigio topo, da dove vedevo altra gente correre per strada morta di paura. Quando anche mia madre si mise in auto le chiesi cosa fosse il terremoto e lei mi rispose:
"Se ne cadono le case!"
Mi misi a guardare casa mia in attesa che questo terremoto la facesse crollare: me la vedevo "scarrupata" pietra per pietra e immaginavo queste pietre quadrate e rettangolari, tutte squadrate, rotolare l'una sull'altra, rimbalzando, fino a far scomparire la casa in un cumulo di pietre; pietre di tufo come quelle del muro di recinzione del condominio e di tutti gli altri condomini del mio quartiere costruito dall'INA Casa fra metà anni '50 e inizi anni '60.
Subito dopo, anche mio padre entrò in auto perché insieme ai miei zii che abitavano (e ancora abitano) nel mio stesso condominio, ma in un'altra scala, decisero di spostarci in un'area allora campestre a Casagiove, nell'attuale Via Madonna di Pompei. Mia madre, che allora fumava, confessò l'esigenza a mio padre chiedendogli di andarle a prendere la borsa con le sigarette e i giubbotti mio e di mia sorella. Mio padre le rispose che, presa dalla foga di fuggire, non si era accorta che passando nell'ingresso aveva di fatto svaligiato l'intero attaccapanni, prendendo borsa, giubbotti, sciarpe, cappelli e anche un ombrello, il tutto mentre aveva me in braccio.
Arrivati nel luogo campestre, raggiunti anche dagli zii e dai cugini e dove trovammo anche altre persone, comiciò subito a girare la voce che avremmo passato la notte in auto. Uno dei miei cugini, per rassicurarmi, mi disse che avremmo acceso anche il fuoco come facevano gli indiani del West, così, quando passò la paura e si decise di ritornare a casa, non volevo andarmene perché volevo accendere questo fuoco, ma non ci fu verso e ritornammo tutti a casa.
Non accadde nulla, né a noi, né alle nostre case. Ricordo che qualche tempo dopo vennero delle persone che mio padre disse (a mia madre) essere del Genio Civile. Uno di loro diede due martellate al soffitto in un punto in cui c'era una fessura nell'intonaco mettendo a nudo il laterizio del solaio e disse a mio padre che non c'erano problemi. Almeno per noi non ci furono problemi, però le ricordo bene le immagini terribili ai Tg delle "case cadute" a causa del terremoto, anzi ricordo solo le pietre, le case non ero in grado di riconoscerle.
Dopo 5-6 anni, andai con mio padre per una "missione" per la Regione Campania (era impiegato presso il Servizio del Personale della Regione Campania) a Sant'Angelo dei Lombardi, uno dei centri più martoriati dal terremoto. Ricordo benissimo che, appena giunti alle prime case, c'erano ancora i container, le macerie da rimuovere, le case crollate, e quelli che avendo una disponibilità finanziaria più ampia, avevano provveduto da soli lasciando inalterati i ruderi della loro casa perché non potevano essere ancora rimossi.
Poi è arrivata la ricostruzione e i soldi a pioggia con la politica, l'imprenditoria e la camorra che giravano senza ombrello.


 

giovedì 18 giugno 2020

Dunque si riprende?

A prima vista parrebbe di sì, anche se non in maniera regolare. Come sempre.
Sono passati silenziosamente ben sette anni dall'ultimo mio post su questo blog e nel frattempo l'acqua che è passata sotto i ponti è finalmente giunta al mare. Non sono stato inattivo in questo periodo: ho seguito seminari, ho partecipato a dibattiti, ho fatto brevi viaggi approfittando di esigenze lavorative (ne parlerò, forse, anche nel blog), mi sono iscritto all'associazione Amate l'Architettura e scritto anche per loro due articoli, attualmente sono membro delle commissioni Cultura e Restauro dell'Ordine degli Architetti di Caserta e, fatto più tecnico-lavorativo, ma che ha molto a che fare con la mia idea di architettura, sono diventato professionista della prevenzione incendi, perché sono convinto che un obbligo normativo debba integrarsi nel contesto architettonico in esame e che questo sia possibile solo avendo piena conoscenza di entrambe le tematiche in gioco. Insomma: ho fatto cose, ho visto gente.
L'idea di riprendere a scrivere sul blog e di mettere giù, nero su bianco, le mie idee è maturata qualche giorno fa. Così oggi ho ripreso in mano il blog e dopo aver riletto tutti gli articoli (tanto sono pochi...), ho finalmente preso la decisione definitiva: riprendo a scrivere.
Le idee su cosa scrivere sono tante e il materiale a mia disposizione è veramente vasto. Ho appunti, foto e disegni che potrei utilizzare per fare dei ragionamenti, ma non voglio proporre un progetto o una lista di cose da fare che so già che non rispetterò perché mi sentirei forzato, se non proprio obbligato a scriverne e ne verrebbe fuori un testo asettico, ossequioso di un obbligo, dai contenuti mediocri. Quindi, qualcosa in pentola già c'è, ma ancora non bolle.

mercoledì 23 ottobre 2013

Caserta (non è) città d'arte

"Città d'arte" è una delle tante definizioni partorite dall'arte e dall'architettura e poi immediatamente disconosciuta perché priva di significato, prima che di fondamento scientifico. Una città d'arte, secondo i palati più fini della politica e quindi dell'opinione pubblica, starebbe a significare una città nella quale si trova un'alta concentrazione di edifici e opere d'arte di grande interesse culturale non solo nazionale. Sono città d'arte le evergreen Venezia, Firenze, Roma, Ferrara, Napoli, Padova, ecc. Tutte le altre città, sono semplicemente città. A seguito di questo fenomeno più folcloristico che storico, le città con qualche monumento importante, come Caserta, aspirano a diventare esse stesse città d'arte per attivare il turismo oltre il monumento. Creato l'equivoco sul nulla, bisogna riempirne il fondo per tenerlo in piedi e allora, da un po' di tempo, fra i casertani è invalsa l'idea che il rilancio del turismo oltre la Reggia, parta dall'apertura di negozi di souvenir e chincaglierie del turista mordi-e-fuggi-con-le-scuole-basse, l'attivazione di navette tra i parcheggi e la Reggia e il recupero del centro storico per i turisti. Purtroppo i casertani sono i primi a non conoscere la propria città, perché non si studia nelle scuole e perché la storia di Caserta sembra essere cominciata con la costruzione della Reggia di Caserta, unico monumento della città (insieme al Belvedere) considerato tale.
La storia di Caserta, in realtà, è molto più antica, non è gloriosa come quelle di Capua vetere e Capua nova, ma è una storia da più parti dimenticata e che spiega tante cose che i casertani accettano come l'anatroccolo appena schiuso dall'uovo. Il primo nucleo abitato risale ai sanniti dei quali si sono trovate delle tombe a cassa in quelli che oggi sono i sotterranei della Reggia e dei quali era a conoscenza anche Vanvitelli, visto che una tomba è attraversata da un muro di fondazione. Fu aperto un museo dell'opera una ventina di anni fa e fu pure chiuso. Un secondo nucleo abitato stabilmente è quello della cosiddetta Casa Hirta su una collina sulla quale si rifugiarono il vescovo di Calatia (Maddaloni) e tutta la sua corte con alcuni abitanti per sfuggire alle incursioni provenienti da Napoli intorno al IX secolo d.C.. Intanto il borgo si ingrandiva, veniva costruita una cattedrale con annesso seminario e, in pianura, una torre di avvistamento. Nel corso degli anni accanto a questa torre fu costruito un primo edificio per ospitare chi nella torre prestava servizio. Intanto nella piazza antistante cominciò a svolgersi un mercato di viveri e tutt'intorno a questo spazio furono costruiti edifici per ospitare mercanti, ma anche truppe e cittadini: era il Villaggio Torre, il primo nucleo della Caserta attuale, rintracciabile in pieno nell'odierna Piazza Vanvitelli, con edificio e torre (Prefettura e Questura) incluse. Intanto nei dintorni il villaggio si allargava, furono costruire un paio di chiese nei dintorni (oggi Via Redentore) e anche il Vescovo cominciò a scendere in pianura non solo per presenziare alle vendite, ma anche per gestire i propri interessi. Gli fu costruito un alloggio grandicello in località Falciano con allegata chiesa e celle per ospitare il suo seguito quando non facevano ritorno a Casa Hirta. Vista poi la difficoltà di raggiungere la collina a dorso di mulo (spesso si cadeva e ci si rimettevano le auguste penne), il vescovo decise di fermarsi in pianura e di spostarvici la sede vescovile nel nuovo palazzo, oggi ex-Caserma Sacchi, davanti alla quale si apriva un grosso spazio prima incolto poi più curato (ex-Ma.Cri.Co). Casa Hirta traslitterò in Casa Erta e poi in Caserta, ma indicò il villaggio in pianura, non più quello in collina che divenne Caserta Vecchia (oggi Casertavecchia). Intanto Caserta si espandeva sotto i Della Ratta prima e gli Acquaviva poi. Il palazzo accanto alla torre divenne reggia e la inglobò, il mercato continuò a svolgersi allo stesso luogo fino agli inizi del XX secolo, furono fondate alcune chiese fra le quale quella detta di Montevergine alla fine di una delle pochissime strade storiche di Caserta, residuato, cioè delle mulattiere precedenti all'insediamento urbano. Arrivano i Borbone, costruiscono la Reggia, presentano un piano mai attuato per fine dinastia, viene eretto un palazzo signorile di un funzionario di corte, Palazzo Paternò nella strada di cui sopra. Arriva l'Unità d'Italia, le due guerre, i monumenti ai caduti, i bombardamenti e si arriva alla lenta, stanca e borghese città attuale. Il mercato oggi si svolge in un luogo fuori-luogo, appositamente costruito, un deserto di asfalto malamente occupato solo due volte a settimana dopo essere stato sfrattato, anche per questioni di ordine pubblico, dalle strade della città. Il motivo dell'importanza del mercato di Caserta è quindi rintracciabile al primo insediamento in pianura, a quasi mille anni fa, tanto per essere un po' esagerati.
In questo brevissimo e sicuramente non precisissimo excursus storico, appare evidente che non ci sono palazzi signorili, oltre il citato Paternò, o monumenti di grande interesse storico-culturale che convincano il turista a restare più di un giorno. Nei piani Borbonici Caserta doveva diventare capitale, ma è rimasta quella che è, provinciale e benché ci si sforzi, in città non esistono luoghi di interesse tale da andare aldilà della storia locale pur importante, ma inutile se circoscritta esclusivamente al luogo. Va anche considerato che se Caserta non avesse un grosso agglomerato urbano, sarebbe un comune sparso con le tante frazioni, alcune inglobate nell'urbe, tutte residuati di insediamenti rurali più antichi (alcuni risalgono ai Longobardi) via via più vicini all'Hirta e alla pianura. Alcune di queste frazioni contengono preziosi palazzi le cui edificazioni vanno dal X al XIX secolo, alcune con caratteristiche peculiari come le cosiddette "collere" di Casolla. Purtroppo si tende a considerare Caserta come città a sé e le frazioni come altro, tant'è vero che è ancora in uso il modo di dire "vado a Caserta" anche se ci si deve spostare nella stessa città. E' questo scollamento fra le due identità che in realtà sono unica cosa essendo la città attuale la somma degli addendi precedenti, che non fa comprendere ai casertani in primis che il turismo stanziale, a Caserta, è difficile se non è accompagnato da iniziative culturali che vanno aldilà dell'ammennicolo in plastica, perché il turista che arriva apposta per vedere la Reggia ha sicuramente il potere economico e il diritto di acquistare un prodotto non come ricordo affettivo, ma come accrescimento culturale. Ad un francese, un americano, un giapponese o ad un cinese, cosa si potrà offrire oltre la Reggia? Se le amministrazioni comunali che si sono succedute in tutti questi anni, cioè dall'elezione diretta del sindaco, non si fossero preoccupate solo di restaurare il Belvedere di San Leucio (che ne aveva ben donde) per farsi belli durante gli eventi organizzati, oggi a Casertavecchia non ci sarebbero il vuoto e la desolazione, le frazioni sarebbero molto più di una semplice indicazione toponomastica, i palazzi gentilizi non sarebbero un ostacolo alla circolazione delle auto in entrambi i sensi, l'ex-Caserma Sacchi non sarebbe esclusivamente un contenitore di uffici comunali così come il parco del Ma.Cri.Co non sarebbe una selva oscura, per anni gestita malamente dalla Curia... e soprattutto la biblioteca comunale, non funzionerebbe come una prostituta cioè a ore (sic!) e non avrebbe fatto l'ultima acquisizione vent'anni fa. Sopratutto nessuno avrebbe il tempo materiale per pensare alla teleferica, perché anche a questo si è pensato!

giovedì 11 aprile 2013

Progettare per chi va in tram

Prendendo spunto da un breve corsivo di Edoardo Persico, Carlo Melograni così intitola un 'piccolo prontuario' sul mestiere di architetto edito da Bruno Mondadori nel 2002. Un testo breve, scorrevole, pratico da leggere, nel quale sono contenuti i bilanci, non per forza negativi e fallimentari, del Movimento Moderno. Attraverso la sua esperienza di architetto, tra teoria e pratica, Melograni spiega come quello dell'architetto sia un mestiere chiamato a contribuire a migliorare le condizioni dell'abitare, non tanto per una classe d'élite che, tutto sommato, potendo far leva su un benessere economico più che elevato, può formare sui propri bisogni, la casa in cui vive, ma su quello 'strato' di popolazione, sempre più numeroso, che non ne ha le possibilità se non limitate alla diversa disposizione dell'arredo o al riutilizzo di spazi accessori per meglio riporre le proprie cose e vivere dignitosamente. Questi sono i viaggiatori in tram (in questo senso ne auspico, personalmente, un maggiore utilizzo, in sostituzione dell'automobile), studenti, operai, impiegati, aggiungo io, piccoli negozianti e artigiani, per i quali gli architetti, secondo una prassi positivista che vedo ancora attuale, prepareranno le case, ma anche gli uffici, i negozi, le botteghe, i luoghi dell'istruzione. Portare avanti queste idee in un tempo in così rapida trasformazioni, nel quale, spesso, i mesi si riducono in settimane, non è cosa facile, ma non è impossibile. Melograni suggerisce allora una possibile soluzione, un 'adagio' oggi spesso criticato di obsolescenza: dal cucchiaio alla città. Non una forma di pan-architettura, nella quale l'architetto progetta la città intera fino a scendere nel dettaglio più infinitesimo che è il cucchiaio da cucina, ma l'approccio del disegno industriale nel quale l'oggetto ha la sua bellezza nella forma della sua funzione: appunto il cucchiaio con la forma concava dell'incavo per meglio adattarsi all'anatomia della bocca, agevolata dal manico leggermente curvo. Così in architettura si dovrebbe badare alla funzione dei vari elementi dell'edificio per meglio adattarsi ai bisogni dell'essere umano che vi abiterà per poche ore al giorno o per tutto il giorno, per facilitare il riposo, la lettura, lo studio, il lavoro, la vita famigliare o lavorativa, dove la forma è modellata sull'uso. Allo stesso modo del disegno industriale, ma con la sensibilità di adattarne il disegno al luogo e, non ultime, alle normative, anche in architettura le soluzioni trovate in precedenza, possono essere riutilizzate, senza effettuarne copia conforme, ma studiandone a fondo i contenuti per riscoprirli e reinventarli, in un gioco nient'affatto superficiale. Una progettazione per elementi componibili dove la fredda serialità commerciale è sostituita dall'economia della progettazione. Queste però, come dice lo stesso Melograni, "sono armi a doppio taglio, capaci di produrre effetti positivi e negativi. Farne buon uso è responsabilità di chi progetta. Anche per l'architetto si pongono scelte in alternativa tra modernità e modernizzazione".

mercoledì 27 febbraio 2013

Abilitato: e ora?

A giochi fatti (l'abilitazione è ormai in tasca benché indossi un paio di calzoni che ne è privo) è giunto il momento di chiedermi che architetto sarò e, soprattutto, se sarò realmente un architetto. I titoli fanno il professionista, secondo le norme italiane, ma non donano automaticamente la sapienza del mestiere e soprattutto non dicono nulla sul suo pensiero, sulle sue inclinazioni, sulla sua cultura, sulla sua sensibilità.
Il mio pensiero ricorrente, formatosi negli anni in cui mi occupavo di programmazione web, precisamente di usabilità e accessibilità dei siti, quando la legge Stanca non esisteva ancora, è che l'architettura (all'epoca il sito web) deve essere accessibile a tutti, qualsiasi disabilità egli abbia, concetto che ho dichiarato per la prima volta in sede di discussione tesi. Proprio per dare a chiunque la possibilità di 'usare' l'architettura, è necessario che il progetto nasca già con l'idea di base che chiunque se ne possa servire liberamente. Sembra banale, ma in troppi edifici, anche di nuova progettazione dove la legge sull'abbattimento delle barriere architettoniche non è un valore aggiunto, ma un vincolo necessario all'approvazione amministrativa, si vedono rampe per disabili relegate negli angoli o raggiungibili con il doppio del cammino, questo perché si considerano utilizzabili solo da chi sta in carrozzella, quando invece è molto più probabile che la utilizzi un anziano con il bastone o un un bel giovane con una gamba rotta e le stampelle. Ed accade anche quando si tengono in secondo piano coloro ai quali è indirizzata l'opera rispetto alla valenza formale ed estetica e si realizzano scaloni per superare grandi altezze, relegando gli ascensori in un angolo nascosto, quasi a voler celare una situazione fisica che si crede imbarazzante. Il concetto di 'rete-umana' e di 'web-accessibility' è stato alla base del progetto di tesi: non vuole essere una mera autocitazione, ma un riprendere le fila di un discorso in embrione.

L'architettura deve 'servire', deve essere 'utile' e deve 'funzionare'. Il funzionalismo cieco degli anni '60 teneva in considerazione solo l'ultimo di questi aspetti ed i risultati erano già sotto gli occhi di tutti e sono diventati drammatici nel corso degli anni. Un esempio che mi viene al momento è quello della stazione ferroviaria di Napoli Centrale: un poligono irregolare gettato in una piazza, funzionale solo a se stesso - come stazione ferroviaria appunto - cupo e desolato. Nel corso degli anni ha subito delle integrazioni, ma solo negli ultimi dieci anni sta cercando di entrare di più nella città, riscattandosi dal ruolo primigenio di confine fra dentro-Napoli e fuori-Napoli.
A chi serve l'architettura? A chi la utilizza prima di tutto, sempre che funzioni. Ancora la stazione di Napoli può essere presa ad esempio. Prima dei lavori di ammodernamento, in stazione si andava esclusivamente per prendere il treno. Era un passaggio rapido dal marciapiede di Piazza Garibaldi (dentro-Napoli) al marciapiede del binario (fuori-Napoli), giocando il solo ruolo di intermediario fra la situazione di pedone e quella di passeggero. Chi serve? La risposta non è unica: serve chi la richiede (prendere il treno), chi non l'ha richiesta (non prendere il treno) e chi l'avrebbe richiesta (prenderebbe il treno). In definitiva serve i passeggeri, ma serve o deve servire anche chi il treno non deve prenderlo.
Infine, l'architettura è utile quando 'funziona' e 'serve' nel senso di servizio, ma anche di utilità. Un discorso ricorsivo apparentemente banale, ma basti pensare a cosa possa essere la stazione di Napoli se funzionasse a dovere, servisse alla grande, ma fosse inutile perché nessuno prendesse il treno, preferendo altri mezzi di trasporto o perché altre stazioni già assolvono egregiamente il loro compito e la Centrale fosse solo un sovrappiù. Utile è anche quando non è solo un passaggio, ma un luogo di incontro, di sosta o di meta finale. Librerie, servizi, esposizioni, installazioni, spazi per concerti, luoghi di riunione, sono solo una parte delle numerose possibilità che può offrire un'architettura pensata e realizzata per soddisfare altri bisogni. Nel caso della stazione, poi, l'incontro breve o il semplice passaggio, può essere facilitato dai servizi esistenti (bar, ma anche sale di incontro/discussione/attesa). Non un semplice luogo di passaggio quindi, ma di piena vitalità urbana.
Questa è solo una prima base del mio pensiero sull'architettura che è ancora in costruzione, basato già su alcuni punti fermi. Mi tocca costruirci intorno un discorso per il quale sto già cercando i vocaboli giusti.

P.S.
Ammetto di essere 'vagamente' vitruviano

giovedì 3 gennaio 2013

Apro la finestra per cambiare l'aria

Rileggendo i vecchi post, ho notato un filo di discussione continuo. L'idea di base del, per così dire, 'vecchio blog', era quella di parlare dei problemi dell'università italiana, in particolare della facoltà che ho frequentato. Mi sono accorto che così non è stato, anzi, lo è stato poche volte, solo all'inizio. In realtà ho sempre parlato di architettura ponendomi dubbi e cercando di darmi risposte andandomele a cercare nelle letture, partecipando alle discussioni, confrontandomi con i colleghi all'università, chiedendo ai docenti. Ho deciso di continuare il discorso su questo blog senza chiuderlo per aprirne un altro, perché il mio discorso sull'architettura è più vecchio del blog stesso, nato poco prima dell'iscrizione all'università e non poteva fermarsi con la proclamazione.
Allora perché il sottotitolo 'Un architetto che parla anche di architettura?!'? Perché oggi gli architetti non ne parlano ed, essendo numericamente tantissimi, è come se non ne parlasse nessuno. Perché l'architettura, sia essa ottima, buona, mediocre, pessima o semplicemente edilizia, è inevitabile. Perché, soprattutto, l'architettura non si nutre di se stessa, non è, per sua natura, cannibale. Tanti sono gli influssi, le suggestioni, le conoscenze, i pensieri e le ideologie che la nutrono, che concorrono, cioè, a formare il pensiero dell'architetto. Perché l'architettura può essere un gesto umile o presuntuoso, pretestuoso o discreto, culturalmente elevato o infimo e i gesti non sono fatti a sé stanti, ma derivano dalla cultura e dalla sensibilità del singolo che può essere più o meno arricchita a seconda della disponibilità ad accettare di porsi nuove domande cercando ancora più nuove risposte.
Non parlerò, quindi, solo di architettura, ma anche di altri 'fatti', prenderò spunto dalla critica, dalla storia, dall'attualità architettonica, dalla pratica edilizia, dalle notizie giornalistiche, dall'arte, dal design, dal cinema, dal caso. Cioè farò quello che facevo anche prima, sperando però di essere più presente, con la sola differenza che adesso l'ho dichiarato apertamente.

giovedì 8 novembre 2012

011) Fuori discussione

Il 24 ottobre scorso ho finalmente discusso la mia tesi. Diversamente da quanto sembrasse all'inizio, anche a causa della proposta, non accettata, in extremis (cinque giorni prima), del relatore di procrastinare la discussione a dicembre, il risultato finale è andato oltre le aspettative: il massimo dei punti (7) con un punto in più concesso dalla commissione.
Ho atteso una settimana o poco più per scrivere questo post che è l'ultimo dell'era da studente e non so come continuare e se continuare con questo blog perché nato espressamente come sfogo alla vita universitaria e poi è "scivolato" sull'architettura. La prima esperienza progettuale, sebbene per una tesi di laurea, ma con intenzioni realistiche ben individuata nel territorio, mi ha permesso di elaborare alcuni concetti, espressi già nelle intenzioni dei primi post di questa rubrica, verificandone l'applicabilità ed i risultati. Sebbene non inseriti, la momento, nel lavoro finale, restano presenti nel progetto vero e proprio che, pur non essendo stato reso pubblico, è alla base della tesi. I percorsi loges con indicazioni in rilievo e Braille, il centro per il bike-sharing, le sedute sparse per la passeggiata con possibilità di raccoglimento o socializzazione, l'illuminazione discreta, le passerelle-terrazzo e la nuova passerella ciclo-pedonale, pensati, ma non ancora progettati, attendono che vi metta mano, prima o poi, per completare il pensiero progettuale.
Ma ho atteso anche perché, ormai scarico di tensioni, ho pensato a rilassarmi riprendendo i vecchi videogame accantonati per la preparazione della tesi che non mi permetteva un minuto di rilassamento e non riuscivo a riprendere in mano il "discorso", per così dire, conclusivo.
Ora mi attende la prima prova dell'esame di abilitazione il prossimo 20 novembre. Dunque è finito un ciclo, o forse continua, non nell'università, ma nella ricerca. Un nuovo punto d'inizio dal quale partire, ma non so se ancora su questo blog o su un blog.

Immagine del masterplan

domenica 14 ottobre 2012

010) Correzione #3

Sono ormai allo stadio finale, in quella noiosa parte della preparazione quando si fa il possibile per ingannare il pubblico con belle immagini di quello che dovrebbe essere e invece sembra. Domani (15/10/2012 N.d.R.) si stampa e si consegna martedi. L'ultima fatica sarà la realizzazione della presentazione a schermo che accompagnerà la discussione della tesi: sei lunghi anni di studio, cinque mesi di preparazione della tesi concentrati in otto minuti nei quali, mentre io parlerò, la platea non capirà niente e la commissione sarà più o meno distratta. Dovrò mostrare il processo iniziato dallo studio del luogo e del territorio circostante, passando per l'idea, le bozze, gli schizzi, i disegni, le correzioni, i particolari tecnologici, le sistemazioni esterne, fino alla relazione finale. Dovrò farlo cercando di rendere visibile a schermo il processo del pensiero progettuale attraverso lo scorrere di immagini, schemi e disegni.
L'ultima fatica è stata la realizzazione del modello 3D che ha evidenziato, come ovvio, errori di calcolo nelle dimensioni di alcuni ambienti e degli spazi, risolti, fortunatamente, in pochi passaggi. Quello che è mancato è stato il coraggio di dare una forma più coerente con gli allineamenti urbani esistenti e con la morfologia del terreno, ma se nel secondo caso, mancando un serio rilievo topografico, le approssimazioni e le semplificazioni sono state quasi legittime, nel primo caso si è trattato di una vera e propria mancanza. E dire che un allineamento stradale mi aveva portato a pensare ad una sorta di cannocchiale ottico verso l'antica e scomparsa Porta S. Florido, fatto che, nel progetto di tesi, è in parte ovviato dalle superfici vetrate del bar/ristoro e del baby-park che guardano direttamente alla città. È stata un'occasione mancata. Semmai si arriverà alla progettazione esecutiva, così come blandamente lascia intuire il manifesto del Consulto, quello del cannocchiale ottico aperto alla città, sarà sicuramente un argomento di progetto, sempre che questo venga affidato al sottoscritto medesimo.

mercoledì 26 settembre 2012

009) Correzione #2

Definite le forme. Un profilo allungato che va restringendosi dal lato sul fiume verso il terreno: rimesse per canoe e palestra con infermeria annessa. Vetrate sul fiume e sulla sponda opposta. Un secondo piano a livello stradale: sala ricevimenti, convegni, premiazioni, bar, ristorante o tutto insieme; area amministrativa e direttiva, biblioteca e aula didattica/proiezioni: il regno dell'associazione. Vetrate verso il fiume su un ballatoio protetto da brise-soleil. Nella piazza antistante oggi aiuola poco importante per l'economia urbana dell'area, un nuovo padiglione legato da sottili lingue di pavimento all'edificio principale: baby-park, ma anche asilo a supporto delle attività canoistiche e della città. Cotto, cemento, legno, vetro: i materiali principali del dialogo. Aree a verde per lo svago ed il pensiero e lo svago del pensiero e per il pensiero svagato. Il rumore dell'acqua come intima conversazione con la natura, modellata dall'uomo, ma che conserva la sua dignità di pluralità singolare.

Bisogna rappresentare il tutto con la cautela necessaria di un discorso senza parole, ma comprensibile in tutte le lingue.

Work in progress: una planimetria poco curata dell'insieme

Insegnamenti:

  • Estetica del paesaggio;
  • Storia del giardino e del paesaggio;
  • Rilievo urbano e ambientale;
  • Progettazione ambientale;
  • Storia della città e del territorio;
  • Storia dell'Architettura contemporanea;
  • Caratteri costruttivi dell'edilizia storica;
  • Disegno dell'architettura;
  • Tecnologia dell'Architettura;
  • Progettazione architettonica e urbana;
  • Laboratorio di Costruzione dell'Architettura.

mercoledì 5 settembre 2012

008) Correzione #1

In realtà sarebbe la seconda correzione, ma la prima la reputo semplicemente una discussione sui temi, una conferma ed uno start. Un "Via!" dai blocchi di partenza.
La forma è nata, ma la mia pudicizia ed il rispetto per le altrui sensibilità mi vietano di pubblicare immagini, almeno per il momento. Ho tentato di invadere il meno possibile lo spazio, cercando di seguire, assecondare e ridefinire le forme già esistenti, discernendo quelle naturali da quelle artificiali fino a quelle posticce, messe soltanto per definire un piano. All'interno dell'edificio sono previste le rimesse per le canoe, una palestra con sala voga, un'infermeria, uffici, spaccio o bar sociale, sala riunioni e, compatibilmente con gli spazi, una biblioteca. All'esterno gli scivoli per le canoe dalle rimesse all'acqua con relativo molo galleggiante, spalti ricavati dalla scarpata sul fiume, punti informativi, bike sharing, parcheggi "verdi". Nell'ottica della più ampia accessibilità e fruibilità, sono previsti fin da progetto rampe, percorsi loges e relativa segnaletica, sia tattile che acustica. Ci saranno anche le scale per chi non vorrà utilizzare le rampe.
Come dicevo già alcuni post fa (004 e 006), il mio intento di modificare il meno possibile i tracciati creati più o meno liberamente dai pedoni, dai podisti e dai ciclisti, ha trovato parziale accoglimento da parte del relatore. Parziale perché, in effetti, il disegno (e solo quello), dava l'idea di non progettato. Sarà necessaria una rettifica grafica, senza alterare il progetto di "non progettato". Devo necessariamente migliorare il disegno.
Il suggerimento del relatore è quello di "invadere" anche lo spazio, oggi destinato ad aiuola, mal progettata, quasi posticcia, attraverso un padiglione o una costola dell'edificio del centro canottaggio, così da avvicinarsi all'ingresso antico della città di Porta San Florido, in maniera anche da dare dignità ad uno spazio che appare oggi come un di più capitato lì in mezzo.
Dovrò lasciar perdere, una buona volta, la progettazione da geometra, cioè esclusivamente tecnica, badando più alla risoluzione immediata del problema piuttosto che a proporne una soluzione. A proposito di proporre, la parola chiave, presente anche nel bando del Consulto su Città di Castello, è stata "proposta": la tesi non deve essere risolutiva, ma propositiva. Proporre una soluzione, una delle tante, non quella definitiva, soprattutto nel mio caso nel quale i temi proposti hanno una corrispondenza con il reale e ne verrà valutata anche l'efficacia reale.


Insegnamenti:

  • Rilievo urbano e ambientale;
  • Progettazione ambientale;
  • Disegno dell'architettura;
  • Composizione architettonica;
  • Progettazione architettonica e urbana;
  • Tecnica per il piano urbanistico;
  • Storia della città e del territorio;
  • Estetica del paesaggio;
  • Storia del giardino e del paesaggio;